Sto seguendo come tanti italiani nonostante il periodo estivo l’assai poco edificante telenovela che ha ad oggetto l’epilogo - in assenza di comunicati ufficiali ed a giudicare dalle dichiarazioni del DG Rai Masi e dell’AD di Sky Italia appare più probabile che si tratti di questo che non del contrario - del pluriennale rapporto tra l’azienda radiotelevisiva di Stato (utilizzo tale formula più per abitudine fonetica che per convinzione) e la piattaforma satellitare Sky, rapporto che, sin qui ha consentito a milioni di italiani di fruire attraverso un solo decoder ed un solo telecomando dei contenuti trasmessi dalle TV di mezzo mondo e di quelli irradiati da Viale Mazzini.
Ripercorrere le puntate precedenti - e peraltro solo quelle note alle cronache che non ne costituiscono certamente la totalità - sarebbe troppo lungo e, quindi, preferisco rinviare ai post (1-2) di Marco Pierani ed alle pagine del sito di Altroconsumo che oltre a svolgere un ruolo vicario al sistema informativo pubblico e privato che ha, sin qui, troppo poco parlato della questione (e non lo ha comunque mai fatto nei termini gravi che merita) ha anche già segnalato - purtroppo con poco successo - la storia all’Autorità Garante delle Comunicazioni, a quella della Concorrenza e del Mercato nonché ai Commissari europei alla concorrenza ed all’informazione e media.
Dopo aver passato la mattina a rileggere la disciplina della materia ed il contratto di servizio che lega la Rai al ministero delle comunicazioni (tutti gli italiani dovrebbero leggerlo per capire sino in fondo a cosa avrebbero diritto e non hanno, sin qui, mai avuto) vorrei, invece segnalare, a mia volta, perché la RAI non può permettersi il lusso - o non può farlo restando nella legalità - di privare gli abbonati Sky dei propri contenuti di servizio pubblico.
La prima ragione è tanto semplice da far apparire inverosimile che Ministero ed Autorità competenti non se ne siano avveduti e non abbiano prontamente ritenuto di intervenire: l’art. 26 del contratto di servizio in vigore (quello che impone a Rai quale concessionario pubblico gli obblighi da rispettare nei confronti dello Stato e, dunque, dei cittadini-utenti) sotto il titolo “neutralità tecnologica”, impone in modo inequivoco alla RAI di “cedere gratuitamente e senza costi aggiuntivi per l’utente” la propria programmazione di servizio pubblico “sulle diverse piattaforme disponibili”.
Al riguardo lo sforzo compiuto dal Vice Ministro Romani nel sostenere che “la Rai è tenuta a trasmettere su tutte le piattaforme tecnologiche, non è tenuta a essere presente all’interno dì tutte le offerte commerciali presenti sulle diverse piattaforme” è indice di una straordinaria propensione alla professione forense o alla politica ma di scarso realismo ed ancor minor trasparenza.
Se gli abbonati Sky tra qualche settimana non potranno più accedere ai canali del servizio pubblico attraverso il decoder Sky ciò sarà dovuto alla migrazione tecnologica - appunto da una piattaforma ad un’altra piattaforma che usa un diverso protocollo di sicurezza - che RAI si avvia a compiere per raggiungere la sua concorrente - stavo per scrivere ex - nella nuova piattaforma satellitare Tivùsat la cui proprietà è equamente ripartita tra la stessa Rai e Mediaset (48% per una) e il colosso Telecom (4%).
L’unione di tre giganti dell’informazione e della comunicazione in senso lato (ma non troppo!) di Stato in un’unica piattaforma mediatica è un’operazione che, anche a prescindere dal caso RAI-SKY non lascia sperare niente di buono per il futuro della libertà di comunicazione ed informazione nel nostro Paese.
Ma c’è di più.
Il DG Rai Masi, dinanzi alle naturali - ed anzi poco incisive - proteste di chi ha rimproverato la rottura delle trattative con Sky ha obiettato che la scelta è stata dettata dalla volontà di non svendere i contenuti RAI e di difendere gli interessi dell’azienda.
Si tratta di una posizione non condivisibile nel metodo e nel merito.
Nel metodo perché la natura di servizio pubblico (universale) dei contenuti prodotti e diffusi dall’azienda radiotelevisiva di Stato impone a quest’ultima ed a chi la dirige di guardare all’interesse dei cittadini-utenti prima che a quello strettamente aziendalistico come, invece, dovrebbe certamente accadere in qualsiasi altra azienda privata.
Nel merito perché, a questo punto, RAI non potrà accedere a TIVU’SAT che a fronte del ricevimento da parte della nuova giovanissima creatura di un’offerta commerciale più vantaggiosa rispetto a quella formulatale da Sky.
Se così non fosse, la vicenda, assumerebbe sotto il profilo antitrust, contorni ancor più gravi non risolvibili neppure attraverso la paventata - ancorché difficilmente giustificabile politicamente - modifica del contratto di servizio.
La RAI, infatti, in relazione al mercato dei propri prodotti è inequivocabilmente in una posizione di monopolio, TIVUSAT è un soggetto giuridico distinto da RAI e (futuro)concorrente di Sky con l’ovvia conseguenza che ai sensi dell’art. 2597 c.c. RAI debba contrarre “con chiunque richieda le prestazioni che formano oggetto dell’impresa osservando la parità di trattamento”.
Delle due l’una, quindi, o la RAI venderà a poco prezzo i propri contenuti a TIVUSAT e un istante dopo - a semplice richiesta di Sky - dovrà cederli - quale che sia l’interpretazione da dare all’art. 26 del contratto di servizio - alle stesse condizioni anche a quest’ultima o, piuttosto, la RAI dovrà vendere a TIVUSAT (che li comprerà?) a caro prezzo i propri contenuti con ciò pagando il 48% di tale caro prezzo e, in ultima analisi, non facendo certo l’affare nell’interesse dell’azienda al quale il DG Masi si dice interessato.
C’era una volta il servizio pubblico radiotelevisivo…ora non c’è più.





on Ago 19th, 2009 at 7:01 pm
ho seguito con interesse l’intera vicenda, ma in giro nessuno ha fatto cenno a questo aspetto
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la cosa andrebbe approfondita perché avrebbe ripercussioni molto interessanti nel prossimo autunno (quando la maggior parte degli utenti tornerà dalle vacanze e vedrà i canali rai criptati)
on Ago 21st, 2009 at 11:34 am
ma sbaglio o c\’è un errore nel contratto all\’art.2 comma 3, dove si asserisce che il servizio deve essere tale per cui l\’utente abbia una percezione positiva anche in relazione al costo sostenuto per il canone di abbonamento. Ma il canone non riguarda l\’apparato radio-televisivo? Non si è sempre usato questo sotterfugio per non consentire a chi non volesse usufruire del servizio pubblico di non pagare il suddetto ma usufruire di altre fonti?
Allora come mai tra il Ministero è l\’Azienda erogatrice lo si descrive proprio come un canone di abbonamento al servizio pubblico?
Anche perchè se fosse solo una parte allora dovrebbe essere possibile scomporre la tassa in due: parte per l\’apparato e parte per il servizio.
on Set 4th, 2009 at 11:45 am
Per quanto riguarda la neutralità tecnologica, la RAI una volta tanto ha fatto la scelta giusta! L’utilizzo di un decoder common interface rende libero l’utente di scegliere le apparecchiature che preferisce e di utilizzarle anche per altri provider. Se gli utenti Sky non vedono più la Rai, si devono lamentare solo con Sky! Che chiedano a Sky di produrre una CAM NDS ufficiale, invece di obbligarli a usare i loro insulsi decoder!
Consiglio la lettura di questo articolo:
http://www.matteomoro.net/2009/08/21/la-rai-esce-da-sky-situazione-della-televisione-satellitare-e-non-in-italia/
E questo per chi non si ricorda cosa ha fatto Sky in passato:
http://punto-informatico.it/1059477/PI/News/sky-querelle-al-senato.aspx
http://punto-informatico.it/516592/PI/News/sky-impone-una-sola-tecnologia.aspx
Per fortuna ora si è mosso un primo passo verso la neutralità tecnologica! Grazie RAI!