In Italia 5 ragazzini sono stati denunciati dalla polizia per aver aperto un gruppo su Facebook ed averlo utilizzato, tra l’altro, per insultare una professoressa, in Inghilterra una teenage di 18 anni condannata a tre mesi per aver minacciato una sua coetanea attraverso il contenuto del proprio “status update” su Facebook.
Il caso ha voluto che delle due storie la cronaca - italiana ed inglese - si occupasse nella stessa giornata e che il “mezzo” utilizzato dai protagonisti delle due vicende sia stato, in entrambi i casi, Facebook.
Gli elementi di cui sorprendersi, tuttavia, a mio avviso, finiscono qui.
Non è la prima volta che accade - in Italia, ad esempio, era già accaduto nel celebra caso Vividown all’esito del quale i ragazzini, tutti minorenni, protagonisti degli insulti in danno del loro compagno di classe down e del successivo caricamento del relativo filmao su GoogleVideo vennero tutti severamente condannati - e probabilmente non sarà l’ultima ma è giusto così: chi rompe paga dice un vecchio brocardo ed è bene che anche i più giovani comprendano che internet è il più straordinario strumento di comunicazione con il quale un essere umano abbia mai potuto confrontarsi ma che, proprio per tali sue immense potenzialità deve essere usato con estrema attenzione perché ogni abuso può costare molto caro.
Il punto è semmai un altro ma più che i giovani riguarda gli adulti e, in particolare, giudici e politici: è giusto responsabilizzare gli utenti ad un uso corretto della Rete ma non lo è altrettanto criminalizzare il mezzo né i gestori di infrastrutture e piattaforme di condivisione.
Fuor di metafora e “fuori dai denti” sarebbe ora di smettere di non perdere occasione di chiedere nuove regole idonee a limitare l’uso della Rete e di tentare di “inventare” forme di responsabilità quasi oggettiva degli intermediari nella speranza che questi ultimi si trasformino in sceriffi: limitare l’uso della Rete e diffondere forme di “censura o filtro privato” a titolo di “autotutela” non solo non credo costituisca un obiettivo auspicabile ma, al contrario, sono convinto, che sia uno scenario del quale occorre rifuggire.
Faccio, pertanto, francamente fatica a capire l’affermazione del Prof. Zichichi che ieri sembra si sia unito al coro di quanti, senza preoccuparsi di verificare se e quali regole esistano, ne chiedono ogni giorno di nuove mossi esclusivamente da un’irrefrenabile tecnofobia.
Passi per i nostri politici ma…da uno scienziato che si è spinto sino all’antimateria ci si aspetta un atteggiamento di maggior apertura verso le innovazioni specie quando - come nel caso della Rete - si tratta di fenomeni protagonisti di una rivoluzione sociale, economica, politica ed antropologica con pochi precedenti nella storia dell’umanità.
Qualcuno conosce la disciplina giuridica applicabile all’antimateria? Qual’è la pena per il furto di antimateria?
Battute a parte, credo sia naturale che ogni nuyovo fenomeno imponga un adeguamento del contesto normativo di riferimento ma come, a questo punto, ben sanno la ragazzina inglese ed i cinque ragazzini italiani, le regole ci sono ed applicarle non è neppure troppo difficile.





on Ago 21st, 2009 at 11:38 pm
Zichichi più che all’antimateria mi pare si sia dato all’antiscienza: ho smesso di dare un seppur minimo peso alle cose che diceva in televisione (e anche altrove) quando mi sono reso conto che parlava più di padreterno che di elettroni e positroni.
E’ giusto così, in un paese barbogio, paternalista e con un senso civico storicamente inesistente come l’itaglia la tecnofobia è il perfetto complemento alle degenerazione perdurante e al malaffare in ambito pubblico e privato…