La vicenda del gruppo creato su Facebook sotto l’infelice titolo - ora modificato (non è chiaro se dall’amministratore o coattivamente proprio da Facebook) - “Uccidiamo Berlusconi” continua ad animare un dibattito con pochi precedenti nella storia moderna della Rete.
Credo esistano due strade per affrontarlo.
La prima è quella che in queste ore sembra preferita dalla politica del Palazzo e da una parte, sfortunatamente crescente, della Rete: cercare di sfruttare l’episodio contingente a proprio vantaggio per limitare la libertà di manifestazione del pensiero in Rete o, piuttosto, per rivendicarla in misura, francamente, maggiore a quella tratteggiata nella nostra Carta Costituzionale.
E’ una strada che non mi affascina e non mi interessa percorrere: quando l’eco mediatico di questa storia sarà finito, la vicenda rischia solo di rappresentare un brutto precedente che verrà invocato nel Palazzo per giustificare provvedimenti liberticidi che con l’alibi di scongiurare il ripetersi di nuovi episodi come questo porranno bavagli stretti all’utilizzo della Rete.
L’imperativo “uccidiamo berlusconi”, che sia un “grido di battaglia” (presumo politica) un invito ad agire o, piuttosto, una soluzione di marketing aggressivo, credo costituisca comunque un abuso della libertà di manifestazione del pensiero e, quindi, va censurato.
C’è, però, una seconda strada che, invece, mi piacerebbe percorrere: sfruttare questa occasione per cercare di definire le regole ed i confini nel rispetto dei quali gli utenti possono sentirsi liberi di utilizzare la Rete come straordinario strumento di comunicazione di massa e la politica DEVE accettare che ciò avvenga sebbene ciò consenta forme di aggregazione e di condivisione di idee ed opinioni che il sistema mediatico tradizionale ha sin qui impedito si formassero.
In questo senso è importante che - da una parte e dall’altra (politica e Rete) - si guardi a questa vicenda con un pò di serenità e razionalità in più di quanta sin qui non ne sia emersa.
Su Facebook, sotto il titolo infelice “Uccidiamo Berlusconi” non si è costituita un’associazione terroristica o eversiva né, tanto meno,un movimento politico o un gruppo carbonaro.
L’espressione “Gruppo” così come, d’altro canto quella “amico” in una piattaforma di socialnetwork esprimono concetti e nozioni diversi da quelli che le medesime espressioni assumono in un contesto tradizionale con la conseguenza che iscriversi ad un gruppo non significa condividere un obiettivo ma semplicemente un interesse per taluni temi o, più semplicemente, verso il confronto con talune persone.
Chiunque voglia convincersi di ciò può sfogliare la pioggia di commenti “contro” che in queste ore molti degli iscritti al gruppo hanno indirizzato all’amministratore ed ai suoi “animatori”.
Allo stesso modo, l’iscrizione ad un Gruppo su Facebook non comporta - così come la partecipazione ad una discussione in un forum o in un’assemblea pubblica - l’assunzione di una responsabilità collettiva per le singole opinioni che ciascuno manifesta nel corso della discussione.
In modo maturo e responsabile la più parte degli iscritti al Gruppo della discordia, partecipa alla discussione o vi assiste mettendo in bella mostra il proprio viso e rendendo pubblico il proprio nome o cognome.
Un altro aspetto che nel dibattito di queste ore fa fatica ad affermarsi è proprio questo: la responsabilità personale di ciascuno per le opinioni che esprime in Rete così come fuori dalla Rete e l’importanza di distinguere opinioni che è sacrosanto restino accessibili da opinioni che, invece, a ragione, devono essere rimosse perché la loro circolazione - specie decontestualizzata - potrebbe innescare pericolosi climax di violenza.
In questo senso non riesco a condividere la posizione - che peraltro sembra affermarsi in modo trasversale nel Palazzo - secondo la quale il Gruppo andrebbe chiuso o oscurato.
Sarebbe un errore e costituirebbe un indubbia violazione della libertrà di manifestazione del pensiero.
Questi sono i temi che mi piacerebbe riempissero nelle ore che verranno le pagine dei siti Internet e quelle dei giornali e telegiornali.





on Ott 23rd, 2009 at 12:31 pm
sono d\’accordo su quanto scrivi in linea di principio e anche io ritengo che questo episodio offra un ulteriore spunto di riflessione circa le regole ed i confini dell\’internet.
Ad ogni buon conto da tecnico e da ex responsabile della sicurezza di un Social Network simile a Facebook la mia riflessione si sposta in un ambito più ristretto che è quello delle regole del sito stesso.
Come da User Agreement (il contratto sottoscritto all\’atto dell\’iscrizione da ciascun utente) è chiaro che contenuti incitanti all\’odio e/o minacciosi sono da ritenersi inappropriati ed inaccettabili (vedi 3.7 http://www.facebook.com/terms.php?locale=en_US) e pertanto ritengo che Facebook abbia il dovere di intervenire per far rispettare le regole sottoscritte.
Costituire un gruppo \"uccidiamo qualcuno\" è una manifestazione di odio senza dubbio alcuno, non vi leggo della satira o tantomeno istanze da dover tutelare in questa forma. Il verbo uccidere è tanto forte quanto inequivocabile nella sua portata, esprime una forma estrema di odio che non può essere considerata come \"espressione bizzarra\".
Il discorso della libertà di opinione ha una portata molto più ampia e su questo -ancora una volta- sono d\’accordo con il tuo pensiero. Ritengo però che la questione specifica vada affrontata ad un livello diverso e cioè di regolamento interno. Insomma più che di regolamentazione di internet io vedo un bisogno di applicazione delle regole di una community tra le tante. Una community deve avere delle regole ed applicarle in maniera coerente. E\’ una società a tutti gli effetti e come mi insegni ubi societas…
Devo rilevare tuttavia -per esperienza professionale- una serie di problematiche che rendono difficile l\’applicazione delle regole su un sito della portata di Facebook ma questo ha a che fare con differenze culturali, linguistiche ed economiche e non è certo questa la sede per approfondire.
Il gruppo è stato rinominato dietro richiesta del management di FB dopo che ho preso la briga di contattare i responsabili del team legale miei ex colleghi. Ignoro se sia stato fatto dal titolare del gruppo stesso dietro minaccia di chiusura o meno ma certo prima del mio interessamento a FB nessuno aveva compreso la portata della questione.
A questo punto devo rilevare che chi si è interessato del caso -a qualsiasi livello- non ha trovato gli interlocutori giusti, vuoi per le difficoltà della lingua vuoi per la scarsa efficacia(e forse interesse) di FB nel fornire contatti diretti alle Autorità extra USA.
Prendo spunto per sollevare una questione -ancora una volta da tecnico- e mi chiedo se una community come Facebook non debba dotarsi di strumenti che consentano alle autorità extra USA di contattare i responsabili in caso di emergenza. Ho evidenza del fatto che le Autorità non-USA abbiano qualche difficoltà a comunicare con FB e questo può essere un problema nei casi più urgenti.
on Ott 23rd, 2009 at 5:25 pm
Complimenti davvero Guido per la meravigliosa analisi.
Personalmente comincerò ad adoperarmi per far circolare, diffondere e diventare il + popolare possibile la seconda alternativa da te proposta (anche se quasi quasi mi verrebbe da sottolineare che la ns Costituzione è già ben equipaggiata per farcela da sola).
Anche io amo molto il web per l’opportunità e l’universalità intrinseca a ricevere, partecipare e condividere informazioni e vorrei che rimanesse sempre libero; non può essere la provocazione o la stupidità di pochi a privare i molti di questo fondamentale strumento di informazionee circolazione del pensiero.
Credo che ti terrò aggiornato
A presto e buon fine settimana
laura lionti