Sulla dichiarazione di ieri del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta si è ormai detto è scritto moltissimo.
Ho già scritto in 140 caratteri, a caldo, su twitter la mia prima impressione e la riporto qui di seguito:

Sono scelte politiche e, come tali, suscettibili - ammesso che il meccanismo funzioni - solo di un sindacato politico che dovrebbe tradursi in una responsabilità politica: quella di condannare il Paese a rimanere indietro rispetto a tutti i suoi competitor mondiali in termini di innovazione.
Ci sono un paio di considerazioni sulle quali, sin qui, forse, si è scritto poco e che vale la pena di sottolineare.
Una riguarda i numeri: il Governo che si riscopre, improvvisamente, parsimonioso sulla banda larga è lo stesso che nel 2008 ha distribuito oltre 200 milioni di euro di contributi all’editoria, che ha consentito alla sua azienda radiotelevisiva di Stato di rinunciare a 50 milioni di euro all’anno offertigli, per sette anni (quindi 350 milioni di euro), da Sky, che sta per spendere 50 milioni di euro in indirizzi di posta elettronica certificata che nessuno userà mai, che lascia in vita un ente come la SIAE che costa quasi 200 milioni di euro all’anno e che sta per regalare - grazie all’emanando decreto sull’equo compenso - altri 300 milioni di euro ai soliti noti della c.d. industria culturale, dragandoli dall’industria dell’innovazione.
Se ci si fa due conti…viene almeno il sospetto che, forse, si poteva essere più parsimoniosi altrove e più generosi con la banda.
Ma c’è una seconda considerazione che, francamente, mi sembra assai più rilevante della prima e sulla quale sarebbe opportuno aprire un ampio dibattito e, magari - ma ci stiamo già lavorando con gli amici dell’istituto per le politiche dell’innovazione - avviare qualche costruttiva iniziativa normativa, legale e giudiziaria…
Si tratta dell’idea secondo la quale la PA di un Paese senza banda possa divenire digitale.
Non è così e credo che la ragione - da declinare poi in modo diverso a seconda dei contesti - sia piuttosto facile da comprendere.
Il Codice dell’amministrazione digitale e l’incredibile apparato normativo - probabilmente persino sovradimensionato rispetto agli obiettivi perseguiti ed alle reali possibilità di raggiungerli - varati negli ultimi anni in vista della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione hanno posto le risorse telematiche e gli strumenti informatici al centro dei rapporti tra amministrazione e cittadini e li hanno resi strumento privilegiato - e in alcuni casi esclusivo - di esercizio di taluni diritti civili e politici.
Nei prossimi anni auspicabilmente il dialogo tra PA e cittadino avverrà esclusivamente on-line.
In tale contesto è evidente - o almeno dovrebbe esserlo - che permettere a tutti i cittadini italiani di disporre di adeguate risorse di connettività rappresenta un prerequisito ineliminabile per consentire loro l’esercizio dei propri diritti in digitale…
Ovvio - o almeno a me sembra ovvio - che l’art. 3 della nostra Costituzione ed il principio di eguaglianza in esso sancito precludono allo Stato di erogare servizi pubblici accessibili solo a taluni cittadini.
Vi ricordo il testo dell’art. 3 della Costituzione:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
C’è un altro art. 3 che, secondo me, va nella stessa direzione: è l’art. 3 del Codice dell’amministrazione digitale. Vi ricordo anche questo:
3. Diritto all’uso delle tecnologie.
1. I cittadini e le imprese hanno diritto a richiedere ed ottenere l’uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni e con i gestori di pubblici servizi statali nei limiti di quanto previsto nel presente codice.
La conclusione alla quale pervengo e sulla quale nelle prossime settimane proverò a lavorare è questa: o il Governo riesce a offrire a tutti i cittadini adeguate risorse di connettività o il processo di digitalizzazione dell’amministrazione deve essere bloccato perché la sua implementazione finirebbe inesorabilmente con il creare un inammissibile divide - non solo digital - tra i propri cittadini privo di qualsivoglia fondamento giuridico.
A prescindere da ogni altra considerazione, quindi, ciò che non riesco ad accettare nella dichiarazione dell’altro giorno del sottosegretario alla presidenza del consiglio è il fatto che essa muove dal presupposto che la banda larda sia un lusso e che, quindi, per diffonderla sul territorio si può serenamente aspettare di essere meno poveri quasi si trattasse di regalare ai cittadini italiani un nuovo videogame…
Proviamo a riflettere insieme su questo: la banda larga è il primo dei diritti digitali e senza riconoscere gli altri significa creare, nel Paese, una frattura che rischia di risultare incolmabile dando vita ad una nuova “questione meridionale”.





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