Ieri la Rete è riuscita in un’impresa storica: si è conquistata la prima pagina del Corriere della Sera con un editoriale a firma di Massimo Mucchetti.
Considerate le discussioni degli ultimi giorni a proposito degli ondivaghi e mutevoli intendimenti del Governo a proposito degli 800 milioni da investire in banda larga sarebbe stato lecito attendersi che questa sia stata la ragione di un così grande interesse del Corriere per le vicende della Rete.
Sarebbe stato lecito ma…sfortunatamente non è andata così.
Il Corriere ha sbattuto la Rete in prima pagina SOLO in ragione della PERSONALE guerra santa degli editori italiani (e non solo) contro Google per l’ormai arcinoto - mai pubblicità non pagata deve essersi rivelata più efficace - servizio GoogleNews.
Come ho già scritto, infatti, Mucchetti, ieri, ha prestato per qualche istante la sua penna all’editore o, ancor meglio, agli editori italiani e, piuttosto che fare informazione ha scelto di scrivere un’arringa (o un’invettiva decidete voi!) contro Mr. Big. che dopo esser stato battezzato nell’incipit del pezzo come “il simbolo della libertà globale” viene poi, rapidamente, ridefinito meno prosaicamente come un’impresa “che dopo aver conquistato una posizione dominante, tende ad abusarne”.
Lungi da me l’idea di prestare a Google la penna di un avvocato o di dipingerlo come “il simbolo della libertà globale” ma credo sia necessario restaurare la verità dei fatti e sottrarre l’informazione su un tema tanto centrale per lo sviluppo del Paese come la Rete da influenze e condizionamenti dettati dallo scontro epocale tra modelli di business e colossi economico-finanziari vecchi e nuovi.
Il punto è che l’editoriale di Mucchetti è pieno di inesattezze, false credenze e luoghi comuni con i quali non ti aspetteresti di dover fare i conti sulle colonne di uno dei più autorevoli quotidiani italiani.
Anche negli Stati Uniti l’editoria tradizionale è in crisi e i quotidiani non guardano di buon occhio a Google ed alla Rete ma gli attacchi, quando ci sono, sono diversi, più puntuali, documentati e circoscritti.
Scrive Mucchetti nel suo editoriale che Google cannibalizzerebbe l’informazione degli editori pescando “nelle singole pagine web dei siti online senza nemmeno chiedere permesso e senza passare attraverso le home page dove si concentra la pubblicità” lasciando agli editori italiani una sola alternativa: “subire o impedire l’accesso a Google News, nel qual caso, però, finirebbero fuori non solo da Google News ma da Google rendendosi di fatto irraggiungibili agli internauti”.
E’ - e la circostanza non sorprende - la stessa prospettazione della segnalazione indirizzata questa estate dalla FIEG all’Autorità antitrust ed è, naturalmente, parimenti inesatta.
Google - come è già stato reiteratamente scritto e provato - consente agli editori di giornali di sottrarsi alla sola indicizzazione su Google News, restando, raggiungibili senza alcuna limitazione attraverso il motore di ricerca generalista.
Non si tratta, dunque, di scegliere se esistere o scomparire ma, più semplicemente, di decidere se sfruttare a proprio vantaggio le potenzialità dell’aggregatore di notizie di Google o, piuttosto, continuare ad immaginare i giornali online come una semplice versione elettronica dei corrispondenti quotidiani cartacei e, dunque, destinati ad essere sfogliati dalla prima all’ultima pagina secondo un percorso sempre eguale a sé stesso.
Il deep-linking - ovvero il link diretto ad una pagina diversa dalla Home - è, come insegna ormai da oltre 10 anni la giurisprudenza americana, un fenomeno connaturato alla Rete e la pubblicità on-line si può raccogliere sulla prima come sull’ultima pagina.
Mucchetti, nel suo editoriale, prosegue proponendo - come in un ritratto a metà strada tra un romanzo di fantascienza e un dipinto astratto - un’immagine sublimata di Google che viene rappresentato come un’entità astratta ed inafferrabile che “opera in un spazio virtuale ed extraterritoriale dove non esistono Autorità e Governi”, sottratta ad ogni regola, “che non ha particolari obblighi di rispetto della privacy” e che “realizza i suoi guadagni in un altrove non tassabile”.
Si tratta di una figura allegorica ad effetto per rappresentare i cattivi di ogni buon film western ovvero i “fuorilegge” ma la realtà è ben diversa.
Google è un’entità più terrena, materiale, pagana di quanto l’editoriale del Corriere non induca a ritenere e risponde alle leggi di ogni Paese nel quale opera ivi incluse, ovviamente, quelle tributarie.
Se così non fosse, d’altro canto, l’Autorità Antitrust italiana non avrebbe avviato un’istruttoria a seguito della segnalazione della FIEG e la RTI non avrebbe potuto chiedere al Tribunale di Roma di condannare Google a risarcirle 500 milioni di euro per la violazione di propri diritti d’autore.
Si tratta di episodi piuttosto terreni e ben poco virtuali.
Il punto che sembra sfuggire a Mucchetti nel suo editoriale è che la Rete non è più da tempo il farwest e che sono passati quasi trent’anni da quando Victor Vinge, non a caso uno scrittore di romanzi di fantascienza, nel suo “Il vero Nome”, la dipingeva come l’Altro Piano.
Oggi Internet è un mezzo di comunicazione di massa - probabilmente il primo veramente tale nella storia dell’uomo - che, naturalmente, solleva problemi e questioni nuovi sotto profili diversi ma nulla più di questo e, soprattutto, nulla che abbia a che vedere con il selvaggio west, con la fantascienza o, piuttosto, con la stregoneria.
Vivere e raccontare la Rete come un elemento - ormai essenziale - del nostro quotidiano e della nostra esistenza terrena costituisce il primo passo per riuscire ad affrontarne le sfide che sono culturali, sociologiche, politiche, economiche e, solo da ultimo, anche giuridiche.
Il prossimo editoriale del Corriere della Sera sarebbe bello trattasse degli ordini e contrordini di Palazzo relativi agli investimenti sulla banda larga, un tema che travalica il contingente e gli interessi di questo o quell’imprenditore e costituisce il presupposto indefettibile per lo sviluppo democratico, economico e culturale del Paese.





on Nov 17th, 2009 at 11:45 am
Se il corserino è il più autorevole giornale italiano io sono Giorgio Bocca. Suvvia, in fondo stiamo parlando di quello che è stato trasformato in un giornaletto che tira acqua al berlusconismo in perfetta rappresentanza dei personaggi del suo consiglio di amministrazione….
Questa non è stampa, è spazzatura. Nessun dubbio a riguardo. E come tale dimostra solo di essere ignorante - la solita ignoranza “de noartri” - su uno dei pochi fenomeni tecnologici che non si presta al facile controllo delle elite barboge….
on Nov 17th, 2009 at 1:40 pm
Che tristezza! Ma è mai possibile che molti giornalisti continuino a scrivere su argomenti che non conoscono?
Ma mi sorge un timore. Oggi vediamo un giornalista che scrive di Internet e Google, non conosce bene l’argomento e scrive inesattezze. Domani, quando leggeremo un articolo su un altro argomento completamente diverso, siamo sicuri che il giornalista sia informato? Il dubbio a questo punto è più che lecito.
Soluzioni? Non saprei… ma lo scenario è inquietante, almeno dal mio punto di vista di lettore.
on Nov 21st, 2009 at 1:29 pm
In fondo mi sembra anche, sotto un certo profilo, “normale”.
La crisi del sistema televisivo e dell’editoria portano immancabilmente a dover difendere le proprie posizioni contro “il nuovo che avanza”, additantolo come il male assoluto. E qui entra un’esigenza puramente politica, la TV e i giornali sono (più) controllabili, la rete decisamente meno.
Viene soltanto da chiedersi quando si decideranno a comprendere che devono adattarsi al futuro che arriverà immancabilmente (almeno di spera) in Italia, così come fanno negli altri paesi, invece di bloccare l’evoluzione della rete togliendole l’ossigeno (800 milioni) e cercando di imbrigliarla con leggi assurde.