28nov

Decreto Pisanu: punto e a capo.

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L’Italia è uno strano Paese nel quale anche quando si è tutti d’accordo si riesce a trovarsi in disaccordo e così facendo si perdono di vista importanti obiettivi comuni.

All’indomani del lancio della Carta dei Cento per il libero Wifi e, per amor di verità – nonché per dare ai Cesari (che poi sono amici!) quel che è dei Cesari – di analoghe iniziative (12) con le quali si è inteso richiamare l’attenzione del Palazzo, sin qui dimostratosi almeno distratto in relazione alle cose della Rete, sull’esigenza di non prorogare talune disposizioni di legge consegnate alla storia con il nome di “Decreto Pisanu” è accaduto così che si sia avvertita l’esigenza di aprire un dibattito su un problema importante che ben avrebbe potuto essere affrontato negli ultimi quattro anni e che rischia – se il c.d. Decreto Pisanu finirà di nuovo nel “milleproroghe” di poter essere affrontato nei prossimi quattro!

Il Blog di Sergio Maistrello – uno degli amici che Alessandro Gilioli ha raccolto attorno alla Carta dei Cento – è divenuto, nelle ultime ore, una naturale sede di dibattito su tale questione che può riassumersi così: l’art. 7 del c.d. Decreto Pisanu poi convertito in Legge con la 155/2005 ha, per quanto interessa le disposizioni di cui discute il “popolo del wifi libero” il seguente tenore letterale:

7. Integrazione della disciplina amministrativa degli esercizi pubblici di telefonia e internet.

1. A decorrere dal quindicesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e fino al 31 dicembre 2009, chiunque intende aprire un pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie, nel quale sono posti a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni anche telematiche, deve chiederne la licenza al questore. La licenza non è richiesta nel caso di sola installazione di telefoni pubblici a pagamento, abilitati esclusivamente alla telefonia vocale.

(omissis)

4. Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro delle comunicazioni e con il Ministro per l’innovazione e le tecnologie, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, da adottarsi entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono stabilite le misure che il titolare o il gestore di un esercizio in cui si svolgono le attività di cui al comma 1 è tenuto ad osservare per il monitoraggio delle operazioni dell’utente e per l’archiviazione dei relativi dati, anche in deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 122 e dal comma 3 dell’articolo 123 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, nonché le misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici riportati su un documento di identità dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fil.

Il primo comma impone la richiesta di un’autorizzazione al questore per condividere un pò di connettività tra gli avventori del proprio esercizio commerciale ed il quarto comma sancisce il famigerato obbligo di identificazione a mezzo carta d’identità nonché di logging della clientela.

Si tratta di due disposizioni egualmente uniche nel panorama europeo e egualmente anacronistiche.

Ancorché entrambe le previsioni facciano evidentemente parte della stessa norma e siano state varate nello stesso momento con identica finalità d’urgenza, l’efficacia della prima è stata espressamente limitata nel tempo mentre quella della seconda apparentemente no.

Il termine – oggi a seguito delle proroghe del 31 dicembre 2009 ma originariamente del 31 dicembre 2007 – è, infatti presente solo nel comma 1.

Tale disallineamento rischia di disaggregare il fronte del popolo del libero wifi inducendo taluni a ritenere che la non proroga del c.d. Pisanu non sarebbe risolutiva e che sarebbe, invece, indispensabile l’approvazione del disegno di legge Cassinelli, Palmieri e altri.

Vorrei evitare di schierarmi in questo dibattito perché lo trovo francamente sterile mentre mi sembra importante fornire a tutti – giuristi e non – le informazioni che ritengo siano utili per formarsi liberamente un’opinione sulla situazione venutasi a creare.

Cominciamo dal principio.

Il disallineamento tra il primo ed il quarto comma dell’art. 7 del Decreto Pisanu in relazione alla pretesa temporaneità dell’efficacia del primo comma e perpetuità di quella del quarto è frutto di una svista del Governo sfortunatamente non corretta in Parlamento ma emersa già nel 2005 in quella calda estate nella quale, in tutta fretta, si convertiva in legge il Decreto.

Non amo parlare per sentito dire né indurre il prossimo a fidarsi a teorie da azzeccagarbugli e, quindi, pur avendo vissuto quelle giornate da vicino ed in prima persona preferisco lasciar parlare i documenti.

Pubblico, quindi, qui a fianco, uno stralcio della relazione all’art. 7 del Decreto Pisanu dalla quale emerge in modo inconfutabile che l’introduzione dell’obbligo di preventiva richiesta di un’autorizzazione al questore e quello di identificazione degli utenti fossero, nelle intenzioni del legislatore, parte di un’unica disposizione che avrebbe dovuto avere carattere temporaneo ed urgente.

Sfortunatamente, tuttavia, nel corso dei numerosi rimaneggiamenti della norma l’originaria scadenza del 31 dicembre 2007 rimase annotata nel primo comma con espressione tale da indurre effettivamente a ritenere che essa dovesse riferirsi solo all’obbligo di autorizzazione in esso contenuto.

Tale evidente errore non viene alla luce oggi ma, come anticipato, non sfuggi né ai nostri servizi parlamentari né alle diverse commissioni parlamentari attraverso le quali, sebbene fugacemente, la legge di conversione transitò.

Anche a questo proposito non chiedo a nessuno di fare atto di fede e pubblico le circostanziate e rigorose segnalazioni indirizzate al legislatore in quelle ore.

Qui sotto uno stralcio della discussione in Commissione trasporti, poste e comunicazioni:

Analoghe considerazioni vennero svolte nelle altre commissioni che si occuparono della conversione in legge del decreto Pisanu.

Qui di seguito i relativi stralci dei resoconti d’aula con il solito intento di documentare bit per bit ciò che si dice e sostiene:

(1)

In quelle ore, tuttavia, l’attenzione era evidentemente presa da altro ovvero dalla più generale discussione in corso di comprimere – non tanto e non solo in relazione alle cose della Rete vissute, naturalmente, come questioni marginali – le libertà dei cittadini con misure di emergenza e dinanzi a taluni gravi episodi di terrorismo rispetto ai quali, tuttavia, non vi erano certezze che le misure proposte risultassero effettivamente efficaci.

Nessuno, dunque, si preoccupò delle segnalazioni lanciate dalle Commissioni e la Camera dopo il emanato approvò il testo dell’art. 7 nella convinzione di aver approvato misure complessivamente aventi un’efficacia limitata nel tempo.

Anche questo non lo dico io – che pure ricordo talune discussioni tra addetti ai lavori – ma lo lascio dire ai documenti.

Qui sotto la relazione con la quale venne presentato alla Camera il testo della legge di conversione già approvato dal Senato:

La realtà è dunque questa: la circostanza che al comma 1 dell’art. 7 sia prevista una scadenza ed al comma 4 no,  è frutto di un errore e di niente di più. Nessuno ha mai pensato – e non avrebbe avuto d’altro canto alcun senso – di prevedere per le due disposizioni termini di efficacia diversi di modo che ci si potesse un giorno trovare nella paradossale situazione di esigere da soggetti non autorizzati né identificati – per finalità di pubblica sicurezza – di identificare con finalità di pubblica sicurezza i propri avventori.

Nonostante ciò è innegabile che i dubbi avanzati da Marco e da altri attraverso l’esegesi dell’art. 7 siano corretti e che esiste un rischio che, in fase di applicazione della norma, anche a seguito della mancata proroga del termine di cui al comma 1, qualcuno possa – attraverso un’interpretazione invero piuttosto meccanica basata sul solo tenore letterale della previsione legislativa (è d’altra parte però quella a cui le nostre preleggi impongono di far riferimento prima di avventurarsi in diverse interpretazioni – ritenere che il gestore di un circolo ricreativo pur non dovendo più chiedere alcuna autorizzazione al questore debba continuare a dover identificare attraverso un documento di identità i suoi avventori.

E’ per questo, d’altro canto, che nel porre mano alla Carta dei cento sul wifi libero si  è avvertita l’esigenza di non limitarsi a chiedere di non prorogare il c.d. Pisanu ma si è, egualmente chiesto di semplificare attraverso ogni idoneo intervento normativo l’attività di condivisione delle risorse wifi di connettività.

Credo, tuttavia, a questo punto, serva ricompattare il fronte del libero wifi e mettere da parte personalismi, preziosismi stilisti ed individualismi.

Alessandro Gilioli da profondo conoscitore del mondo reale quale è ogni buon giornalista ha fatto il primo passo presentando contestualmente su le pagine de L’Espresso tanto la Carta dei Cento quanto il disegno di legge Cassinelli ed altri.

Dobbiamo continuare sulla stessa strada.

il primo passo e non far prorogare ancora il Pisanu – quale che sia il significato tecnico che un giudice o un agente di polizia domani vorranno leggere nell’art. 7 – anche perché questo aspetto è assente nel disegno di legge Cassinelli che non ne propone l’eliminazione dell’obbligo di richiesta di autorizzazione al questore.

C’è poi un altro aspetto che è quello che a me sta più a cuore.

Riconosco a Roberto Cassinelli, ad Antonio Palmieri, Anna Paola Concia ed agli altri parlamentari firmatari del disegno di legge il merito di aver imposto all’agenda parlamentare – per ora solo simbolicamente visto che si è ben lontani da una calendarizzazione della discussione in qualsiasi sede – il tema dell’esigenza di preoccuparsi della diffusione delle risorse di connettività wifi nel Paese ma, occorre, tuttavia, riconoscere, allo stesso tempo, che si sbaglierebbe se si guardasse al DDL Cassinelli e altri come la Soluzione.

Si sbaglierebbe perché il DDL rischia di trasformarsi in un Pisanu Bis – sebbene enormemente più illuminato – in quanto non si può seriamente pensare di preoccuparsi della regolamentazione dell’accesso agli hot spot resi disponibili in bar e circoli ricreativi in un Paese nel quale, ormai, in maniera crescente è possibile aprire un pc e connettersi ad internet attraverso la rete wifi di qualcun altro ed imputando così a quest’ultimo tutte le proprie condotte telematiche.

Credo sia una questione di serietà e credo sia la principale pecca del vecchio DL Pisanu: non c’è niente di antiterroristico nell’obbligare gli avventori di un bar di piazza navona a lasciare un documento di identità prima di scaricare la posta mentre un terrorista se la ride con un pc aperto e posato sulla staccionata della fontana dei 4 fiumi utilizzando la connessione privata dello stesso bar o quello di un ufficio li vicino.

Il problema vero è un altro ed è quello, più complesso e generale dell’opportunità o meno di ipotizzare le per le azioni in Rete forme di anonimato protetto.

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Innanzitutto grazie per aver contribuito a riportare il dibattito su un piano meramente tecnico. Come ho scritto sul blog di Sergio Maistrello uno dei problemi di comunicazione di questa vicenda è che molte \"diagnosi\" sono state rese da \"non medici\".

Tirando le somme dei vari atti parlamentari che citi, trovo ampio conforto nella mia tesi interpretativa.

Emerge, infatti, la segnalazione circa un\’incongruenza tra le due disposizioni (comma 1 e 4) che viene segnalata e ignorata. Dunque, ragionando a contrario, se si segnalava la necessità di una modifica per rendere entrambe transitorie le disposizioni e la modifica non è intervenuta, l\’interpretazione letterale porta a ritenere che la disciplina degli hot spot pubblici sia sottratta a termini di scadenza.

Muovendo dallo stesso presupposto, il DDL Cassinellli e altri ha ritenuto di non dover intervenire sul comma 1, norma destinata a morire in caso di mancato proroga, e di ammorbidire il comma 4 destinato invece a sopravvivere.

Detto questo, il mio personale convincimento è che l\’intero articolo 7 andrebbe abrogato (per tagliare la testa al toro e alle varie interpretazioni).

Marco,
concordo! Il 7 va integralmente abrogato come, peraltro, era già stato proposto in sede di conversione (ma i tempi non erano maturi).
Servirà poi individuare un meccanismo trasversale – e non solo per il wifi pubblico – di imputazione delle condotte telematiche ma, probabilmente, questa è attività che sfugge persino all’Autorità del nostro Parlamento e che dovrebbe esser compiuta molto più in alto.
Un abbraccio.

le risulta essere rinnovato anche per il corrente anno il decreto Pisanu?

per piacere, mi serve un chiarimento ed è importante. secondo questo decreto o altra legge, chi vende ad altri sim preintestate, ha qualche escamotage per non essere imputabile di aver venduto sim sotto altro nome?
tante grazie

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