E’, ormai, evidente: il nostro Paese ha tacitamente abrogato il principio della non responsabilità degli intermediari e, soprrattutto, quello dell’assenza di un obbligo generale di sorveglianza di questi ultimi in relazione ai contenuti pubblicati dagli utenti.
Si moltiplicano, infatti, le circostanze nelle quali i Giudici ignorano il principio sancito nella disciplina europea sul commercio elettronico e recepito in Italia attraverso la normativa di attuazione e configurano - o minacciano di configurare - resposabilità degli intermediari per i contenuti pubblicati dagli utenti.
Un bel post di Gianluca Dettori di qualche giorno fa mi ha fatto scoprire l’inquietante vicenda di Bakeca.it che, sebbene ormai risalente di qualche mese, è, sfortunatamente passata in sordina, giustificando il titolo del post di Gianluca: “Censura su Internet: in Italia è tutto normale”.
La storia è tanto semplice quanto preoccupante: Bakeca.it è la più grande realtà (tutta) italiana di web annunci con 4,5 milioni di visitatori unici al mese ed oltre 11 milioni di visite. Bakeca dispone - o meglio disponeva - di una sezione degli annunci dedicata - esattamente come accade da sempre sui principali quotidiani italiani - agli incontri. Inesorabilmente alcuni di tali annunci avevano per oggetto offerte di escort o comunque sottintenvano l’offerta di prestazioni sessuali. La Procura della Repubblica di Trieste, tuttavia, nell’ambito dell’incheista Sex.com da essa condotta, nell’ottobre scorso ha disposto il sequestro dell’intera piattaforma di annunci, sequestro poi revocato ma previa dolorosa decisione dei gestori del sito di privare la Bakeca della sezione “Incontri”.
La semplice idea che si possa pensare - e “minacciare” - di configurare una responsabilità del gestore di una bacheca elettronica per la pubblicazione di un annuncio a sfondo sessuale è semplicemente inacettabile e contrasta con i più elementari principi di diritto oltre che, ovviamente, con la vigente disciplina sul commercio elettronico.
Negli USA, i Giudici, hanno da tempo chiarito che CRAIGLIST non è responsabile neppure degli annunci pubblicati in una sezione non già intitolata “INCONTRI” come quella, ora chiusa, di Bakeca ma, in modo ben più allusivo, “EROTIC”.
Questa è la differenza tra un Paese in cui ben ci si ricorda che la libertà e la democrazia son fondate sul primo emendamento ed il nostro…
Trovo francamente scandaloso che in un Paese civile faccia più notizia la creazione su Facebook di un gruppo nel quale si esprimono valutazioni - sebbene con toni e modi forti ed inappropriati - su un episodio di attualità che ha riguardato il Premier che la chiusura, da parte dell’Autorità Giudiziaria, di uno spazio libero di pubblicazione di contenuti.
Se c’è un vuoto normativo da colmare - e francamente non credo vi sia perché sarebbe sufficiente applicare in modo puntuale le leggi esistenti dopo esssersi sforzati di comprendere le dinamiche della Rete - tale esigenza dovrebbe essere avvertita con maggior urgenza quando si consumano episodi come quello che ha “tagliato” la Bakeca e impedito a milioni di cittadini di pubblicare un proprio annuncio, piuttosto che quando - complice un clima politico esasperato dai suoi stessi protagonisti - un nugolo di fanatici ed imbecilli decide di scendere sulla piazza virtuale ad istigare altri a porre in essere gesti folli e deprecabili.
Ma il titolo di questo post e la gravità della situazione che stiamo vivendo in modo più o meno consapevole sono dettati dalla scoperta di un’ulteriore decisione altrettanto preoccupante ed inquietante già segnalata, nei giorni scorsi, da Daniele su Penale.it.
In questo caso il direttore del sito fiorentina.it è stato ritenuto responsabile di diffamazione per i contenuti di taluni commenti - e non già di un articolo - pubblicati dai lettori sul proprio sito che, per sua sfortuna, è, peraltro, una testata telematica regolarmente registrata.
Secondo i giudici, il direttore, avrebbe dovuto vigilare anche sui commenti postati dagli utenti e, non avendolo fatto, dovrebbe risponderne esattamente come se si fosse trattato di un articolo scritto da uno dei suoi giornalisti.
Ancora una volta non ci siamo.
Mettere a disposizione di terzi uno spazio su internet pe rla pubblicazione di un contenuto non può voler dire assumersi la responsabilità di tutto ciò che i terzi pubblicheranno né ritrovarsi obbligati a dover esercitare un controllo su tali contenuti stringente esattamente come se si trattasse dei propri contenuti.
E’ uno scenario che si pone in rotta di collisione con la disciplina europea della materia e che, in ogni caso, non è auspicabile se si vuole cogliere la straordinaria occasione offerta dalla Rete: offrire a chiunque la possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero salvo, ovviamente, esser chiamato a rispondere di eventuali abusi proprio come è scritto sin dal 1789 nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.
L’INTERMEDIARIO NON E’ RESPONSABILE. Occorre trovare un modo per ristabilire, anche nel nostro Paese, tale principio essenziale ed indispensabile alla sostenibilità del modello di Rete che tutti conosciamo.
P.S.: prima che qualcuno pensi che abbia ragione la procura della Repubblica di Trieste a pretendere la testa di Bakeca, segnalo che l’immagine qui sopra è la pubblicità del divano e non della ragazza!






on Gen 9th, 2010 at 4:41 pm
Sei sicuro del link verso penale.it? Non ho letto tutto ma mi pare che nella sentenza si parli di contenuti rimossi del sito di ADUC e non di fiorentina.it.
on Gen 9th, 2010 at 4:50 pm
Domanda: ma se i server di bakeca.it invece di essere in Italia fossero stati negli Stati Uniti o comunque in altro stato estero, che cosa avrebbe fatto/potuto fare il magistrato?
on Gen 9th, 2010 at 7:28 pm
hai pienamente ragione. purtroppo in italia abbiamo il papa
on Gen 9th, 2010 at 7:38 pm
@fabrizo grazie! il link era sbagliato. ora è corretto!
on Gen 13th, 2010 at 1:44 pm
Questo Far West normativo aggiunto alla incompetenza istituzionale sul tema delle nuove tecnologie digitali purtroppo è un grosso freno allo sviluppo della rete in Italia e un’altro di quei pegni che tutti dobbiamo pagare all’arretratezza del nostro sistema.
La questione non è solo dei server. Se anche bakeka li avesse negli Stati Uniti, sarebbe comunque sempre attaccabile come azienda essendo italiana. Mentre (ripeto giustamente) Craiglist è tutelata dai protection act.
Per di più ipocrisia del sistema prostitute e clienti di prostitute pullulano sui giornali, televisioni e quant’altro e nessuno si sogna di questionare la cosa.