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Equo compenso: non è una tassa ma un aiuto di Stato!

Nelle ultime ore si sono moltiplicate in Rete le voci di quanti hanno criticato sotto profili diversi il contenuto del decreto sul c.d. equo compenso firmato lo scorso 30 dicembre dal Ministro Bondi.

Difficile citare tutti senza dimenticare nessuno: Alessandro Longo su Repubblica, Federico Ferrazza su L’Espresso, Marco Pierani e Stefano Quintarelli sui rispettivi Blog, Altroconsumo e Confindustria SI solo per ricordare i primi che mi vengono in mente.

A mia volta ho cercato di riassumere qualche prima impressione sul decreto in questo pezzo per Punto Informatico.

La reazione della SIAE non si è fatta attendere e sin dalle prime ore della giornata sono iniziate ad arrivare smentite, rettifiche e comunicati ufficiali il cui senso è sostanzialmente il seguente; l’equo compenso “non è una tassa perché si tratta di diritti d’autore” e, in ogni caso, con questo provvedimento l’Italia si riallinea al resto d’Europa.

Qui la nota ufficiale di SIAE che mi sembra corretto linkare.

Sulla questione credo che, per oggi, si sia già scritto molto ma consentitemi un’ultima osservazione.

Ha ragione SIAE quando dice che l’equo compenso non è una tassa ma - e d’altra parte lo dice lo stesso art. 71 septies - un compenso per l’utilizzo degli altrui diritti d’autore.

Questo, tuttavia, è vero in linea di principio e laddove il principio sia correttamente attuato.

Difficile, invece, continuare a pensarla così quando l’obbligo di versamento dell’equo compenso viene pressoché interamente dissociato dall’effettiva probabilità che un apparecchio o un supporto vengano utilizzati per la riproduzione di una copia privata.

Stavo, d’altro canto, riflettendo su una circostanza curiosa: immaginate che nel 2010, in Italia, non si producesse, commercializzasse, utilizzasse nessun opera audiovisiva.

A leggere il decreto Bondi, il risultato, sarebbe che SIAE avrebbe, comunque, titolo per incassare (ovviamente in vista della ripartizione agli aventi diritto) circa 300 milioni di euro…

Messa così ha davvero ragione SIAE: il c.d. equo compenso non è una tassa ma, piuttosto, un aiuto di Stato ad un comparto industriale che, evidentemente, viene ritenuto in crisi.

Per ora mi limito a ricordare che l’Unione Europea, non molto tempo fa, si astenne dal qualificare il canone rai dalla qualifica di aiuto di stato solo perché emerse che il suo ammontare complessivo non superava i costi del servizio pubblico e non produceva, pertanto, effetti distorsivi della concorrenza.

Sarà il caso di approfondire ma, certo, che se emergesse che l’industria audiovisiva attraverso il nuovo equo compenso incassa più di quanto non “ci rimetta” in termini di copie private…sarebbe difficile giustificare a Bruxelles la scelta del Ministro…

5 Comments on “Equo compenso: non è una tassa ma un aiuto di Stato!”

  1. #1 nicola
    on Gen 18th, 2010 at 1:45 pm

    Mi chiedo, a questo punto, se la famigerata “pirateria” non diventi “legale”, in questo modo. Voglio dire: se duplicare senza autorizzazione lede gli interessi del detentore dei diritti, se il detentore viene remunerato a prescindere dal mio comportamento, ne consegue che io non devo chiedere per una cosa che ho già pagato. O no? Ecco, spero che qualcuno ponga la questione in modo formale, davanti ad un tribunale.

    ciao
    nicola.

  2. #2 capobecchino
    on Gen 18th, 2010 at 6:23 pm

    è letteralmente uno schifo … :(

  3. #3 valentino
    on Gen 19th, 2010 at 10:06 am

    “aiuto di stato” ? Ci sta. E vedo le conseguenze. Bella idea.

  4. #4 Joanne Maria Pini
    on Gen 25th, 2010 at 4:32 pm

    Guido, né l’una né ‘altra, semplicemente una “grassazione” ;-)
    Passa un gran brutto segnale se non riusciamo ad opporci fino in fondo: che lorsignori oggi fanno quello che gli pare, hadopi, acta, bypassando magsitratura, tutto, sonbo dei banditi, anzi, come affermava Bottoni “i pirati sono loro” ;-)

  5. #5 Marco
    on Giu 26th, 2010 at 11:40 am

    E a chi vanno gli \"equi compensi\" degli autori che non sono iscritti alla SIAE?

    Io sono un autore e non sono iscritto alla SIAE. E non intendo farlo a meno che non diventi obbligatorio per legge ma, se dovesse succedere una cosa del genere l\’Italia sarebbe in contravvenzione rispetto alla convenzione di Berna, alla quale aderisce, e alle estensioni della stessa proposte dalle direttive Europee.

    (Fra l\’altro in passato ci furono dei processi per verificare la costituzionalità della SIAE e il suo allineamento con le suddette convenzioni. Purtroppo, i tribunali dell\’epoca decisero che i dubbi sollevati non fossero fondati. A mio parere e anche a parere di diversi avvocati, la SIAE non dovrebbe neppure esistere.)

    Ad ogni modo, se pubblico e/o metto in vendita una mia opera, i cittadini, pagando l\’equo compenso su computers, chiavette USB, memory cards, CD, DVD, dispositivi mobile, …, starebbero formalmente pagando anche il sottoscritto (in base a quanto scritto sulla legge 633 del 22 aprile 1941 e successive modifiche, ovvero la legge sul diritto d\’autore).
    I soldi accumulati con l\’equo compenso, quindi, sono i soldi degli autori (mi correggo: dovrebbero ;-) ).

    Come mai allora io non ricevo un centesimo dalla SIAE o da chi per essa?

    Lo stato dovrebbe darmi una pensione sociale con tutti i soldi che si farà con questa idea geniale.
    Ma, invece di sostenere gli autori (e quindi la cultura), questo \"equo compenso\" finisce nelle tasche dei soliti furbacchioni.

    Io ne ho piene le tasche di questa truffa ai cittadini e agli autori liberi (secondo la convenzione di Berna), che va avanti da decenni.

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