Pubblico in anteprima un pezzo che potrete leggere domani su Punto Informatico scritto a quattro mani con l’amico Stefano Aterno.
Il DDL intercettazioni al centro di un dibattito politico con pochi precedenti nella storia recente del nostro Paese, contiene, come è ormai noto, anche una disposizione - l’attuale comma 29 dell’art. 1 - che minaccia di produrre gravi conseguenze sull’ecosistema della blogosfera.
La disposizione, infatti, prevede che la disciplina in materia di obbligo di rettifica prevista nella vecchia legge sulla stampa del 1948 si applichi anche ai “i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”.
Blogger e gestori di piattaforme UGC, quindi, all’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge anti-intercettazioni, dovranno provvedere a dar corso ad ogni richiesta di rettifica ricevuta, entro 48 ore, a pena, in caso contrario, di vedersi irrogare una sanzione fino a 12 mila e cinquecento euro.
Abbastanza direi - che questo sia l’obiettivo perseguito dal legislatore o solo un effetto collaterale dell’ignoranza con la quale il Palazzo continua ad affrontare le cose della Rete - da far passare ai più la voglia di occuparsi, on line, di informazione in ambiti o materie suscettibili di urtare la sensibilità di qualcuno ed indurlo a domandare - a torto o a ragione - la rettifica.
Cucina, ricamo, motori e moda, si avviano, quindi, a divenire i temi più gettonati nella blogosfera italiana.
E’ un duro colpo alla libertà di informazione online perché si appesantisce e “burocratizza”, senza alcuna necessità, un’attività che ha, sin qui, avuto il suo punto di forza proprio nella semplicità con la quale chiunque poteva aprire e gestire un blog senza altre preoccupazioni che non quella, sacrosanta, di non violare gli altrui diritti e, eventualmente, rispondere delle violazioni.
All’indomani dell’annuncio della presentazione del DDL Alfano, la scorsa estate, a chi si preoccupava delle conseguenze di questa norma sulla libertà di informazione nella blogosfera, in molti, nel Palazzo, avevano promesso interventi puntuali ed efficaci per scongiurare che il rischio paventato diventasse realtà ed invitato la Rete ad abbassare i toni della protesta.
Nessuno di Lorsignori, tuttavia, nel lunghissimo iter parlamentare attraverso il quale si è messo a punto il testo dell’attuale disegno di legge, si è ricordato di quelle promesse né ha mosso un dito per evitare che la Rete corresse il rischio di ritrovarsi “chiusa per rettifica”.
Parafrasando un vecchio proverbio, tuttavia, potrebbe dirsi che “chi la Rete ferisce, di Rete perisce” (né in senso biologico né in senso violento, naturalmente!).
All’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge, infatti, sarà sufficiente pubblicare - e non sarà difficile elaborare un widget che vi provveda in automatico - in calce ad ogni post un link che inviti, chiunque abbia interesse alla rettifica, a comporre autonomamente un commento di un numero di caratteri corrispondente all’informazione da rettificare e pubblicarlo, sempre autonomamente, sul blog stesso, giusto di seguito, rispetto al post incriminato.
Fatta la legge, trovato l’inganno, potrebbe dire qualcuno ma, in realtà, si tratta più semplicemente di volgere, a favore dei più, quelle peculiarità dell’informazione in Rete che sono, forse, sfuggite ai frequentatori del Palazzo.
Ad una legge semplicemente stupida non può che reagirsi con una soluzione altrettanto stupida, ovvero, automatizzando un processo che già oggi - senza bisogno di alcuna legge - è alla portata di tutti.
Ma c’è di più o, meglio, la Rete può fare di più per reagire alle offese infertele.
Proprio la Rete, infatti, sembra destinata a vanificare gli sforzi sin qui compiuti - non è questa la sede per dire se a torto o a ragione - dai promotori dell’iniziativa legislativa per mettere un “bavaglio” sulla bocca dei media, limitando la pubblicazione delle intercettazioni.
Le tante penne che, sin qui, hanno scritto, riscritto e corretto il testo del disegno di legge, evidentemente, ignorano davvero - come in molte occasioni hanno dato adito a pensare - le dinamiche della circolazione delle informazioni nell’era dell’accesso e nel contesto mediatico, ormai globalizzato, al quale il nostro piccolo Paese è saldamente connesso.
Non si spiegano diversamente gli sforzi sin qui compiuti - sino ad incrinare lo stesso fronte della maggioranza ed a produrre pericolosi attriti istituzionali - per imporre un divieto di pubblicazione destinato a rimanere del tutto frustrato dall’intervento di soggetti - che siano editori, blogger o semplici associazioni di cittadini - stranieri che dai loro Paesi, ricevuti - poco importa come - i testi o l’audio delle intercettazioni - provvedano alla loro pubblicazione su server collocati all’estero.
Difficile credere che gli estensori del testo ritengano che un divieto di pubblicazione contenuto in una piccola legge di un piccolo Paese - almeno rispetto al contesto globale dell’informazione - possa considerarsi applicabile anche ad un editore o ad un blogger straniero.
Quale che sia il convincimento dei promotori dell’iniziativa legislativa, in ogni caso, esso si scontra con i limiti di applicabilità della legge italiana che, specie in materia di informazione, non può certo ritenersi applicabile ad un soggetto straniero, operante nel proprio Paese, attraverso, per di più, un’infrastruttura tecnologica anch’essa collocata all’estero.
Nelle dinamiche dell’informazione online, a differenza di quanto accade nel mondo dei media tradizionali nei quali le tv irradiano segnali ed i giornali vengono distribuiti, i contenuti pubblicati online sono, semplicemente, resi disponibili su macchine fisicamente collocate in luoghi geografici ben definiti e sta all’utente andarli a cercare, accedervi e fruirne.
Difficile, in tale contesto, ritenere che qualsivoglia elemento dell’eventuale violazione del divieto di pubblicazione possa considerarsi consumato sul territorio italiano come esige l’art. 6 del codice penale ai fini della sua applicabilità.
Neppure le disposizioni contenute nel codice penale in materia di reati compiuti all’estero da cittadini stranieri, appaiono, d’altro canto, consentire - in un’ipotesi quale quella appena delineata - di ritenere applicabile la disciplina italiana complice la natura ed entità delle sanzioni con le quali è punita la violazione del divieto di pubblicazione.
Se, tuttavia, è legittima, come appare, la pubblicazione all’estero di quelle intercettazioni che la nuova legge vorrebbe rimanessero appannaggio di pochi, allora, per editori, giornalisti e blogger italiani, domani, sarà sufficiente dare, sulle proprie pagine, la notizia dell’avvenuta pubblicazione da parte di colleghi di oltralpe o oltre-oceano ed inserire un link - così come è naturale nelle dinamiche dell’informazione online - all’articolo o al post straniero.
Sarà tutto, inesorabilmente, lecito.
Linkare ad un contenuto da altri pubblicato non equivale, infatti, a pubblicarlo e, d’altro canto, sarebbe difficile sostenere che la pubblicazione di un articolo o di un post attraverso il quale si dia la notizia dell’avvenuta pubblicazione, all’estero e da parte di un soggetto estero, di un’intercettazione il cui contenuto è rilevante per l’opinione pubblica italiana, possa considerarsi vietata.
L’eventuale divieto, infatti, si porrebbe in insanabile contrasto con la libertà di informazione di cui all’art. 21 della costituzione, libertà che non può essere compressa sino a privare un blogger o un giornalista del diritto-dovere di raccontare un fatto - il che è diverso dal pubblicare uno specifico contenuto quale l’intercettazione - di rilevante interesse pubblico.
L’augurio è che nel Palazzo, nessuno pensi di poter risolvere il problema ordinando ai provider italiani - come si fa per i contenuti pedopornografici o il gioco d’azzardo online e, da qualche tempo, con espediente di dubbia legittimità, per l’antipirateria - di rendere inaccessibili interi siti stranieri.
Si tratterebbe di un attentato senza precedenti alla libertà di informazione e si aprirebbe così uno scontro tra culture dal quale, nella società dell’informazione, il nostro Paese non potrebbe che uscire sconfitto ed isolato, accostato, nell’immaginario collettivo, a regimi totalitari che oggi proclamano e tentano di attuare un’anacronistica dottrina dell’isolamento telematico.
Non si tratta di “disobbedienza civile” ma, più semplicemente, di utilizzare le peculiarità e la straordinaria potenza della Rete e di sfruttare - per una volta a vantaggio della Rete stessa - l’ignoranza e la scarsa attenzione che il Palazzo da anni riserva al fenomeno dell’informazione online, per garantire ai cittadini l’accesso a contenuti che in Italia si è deciso di rendere non pubblicabili ma che nessuno può - nel secolo della Rete - rendere non fruibili, attraverso pochi click ed un viaggio virtuale dall’altra parte delle alpi o, piuttosto, dell’oceano.
La Rete ferita, reagisce, senza violare nessuna norma di legge, ma semplicemente ricordando al Palazzo che l’informazione è ormai divenuta un fenomeno globale che non si può pretendere di governare attraverso regole nazionali, poco condivise nel Paese che le emana e niente affatto condivise nelle centinaia di altri Paesi che, oggi, compongono la comunità sovranazionale con la quale siamo chiamati a confrontarci e convivere.
Saranno i mondiali che, come sempre, risvegliano l’orgoglio nazionale, sarà un pizzico di amor di patria o, più semplicemente, sarà la stanchezza di continuare a sentirci “diversi” rispetto al resto del mondo quando si parla di internet ed informazione ma non si può negare che, se saremo costretti a leggere le intercettazioni su malefatte consumatesi nel nostro Paese, su siti battenti bandiere di altri colori, sarà difficile non sentirci sconfitti, sebbene contenti del fatto che, nel secolo della Rete, siamo, finalmente, in condizione di sentirci liberi, almeno, di informarci - se non anche di informare - quale che sia la volontà del Palazzo.






on Giu 13th, 2010 at 7:32 pm
Io l’avevo pensata simile, con l’ulteriore obbligo di fornire un indirizzo mail PEC o CEC PAC dove ricevere il link che il diffamato o presunto tale clicca per confermare la pubblicazione della rettifica. Almeno, anche con i dovuti limiti, so chi devo eventualmente citare in giudizio quando torno dalle mie meritate vacanze
on Giu 13th, 2010 at 7:49 pm
Ed a volerla fare ancora più “carina” potrei accettare come valido esclusivamente un indirizzo PEC di un avvocato.
Sito mio, regole mie…
on Giu 13th, 2010 at 8:12 pm
Grazie Guido per l’articolo puntuale e ricco di buon senso, qualità di cui il nostro Paese ha necessità oggi più che mai.
L’aspetto dialogante che fa parte del DNA dei blog non è stato compreso da chi ha stabilito queste regole anacronistiche in ordine alla consuetudini nello stare in rete e all’assenza di confini degli strumenti che spesso sono scrittura collettiva attorno a un tema proposto. L’elementarietà della tua proposta (’elaborare un widget che provveda in automatico - in calce ad ogni post un link che inviti, chiunque abbia interesse alla rettifica, a comporre autonomamente un commento di un numero di caratteri corrispondente all’informazione da rettificare e pubblicarlo, sempre autonomamente, sul blog stesso, giusto di seguito, rispetto al post incriminato.’) ha del geniale e mi fa ben sperare sulla libertà di informazione e confronto in rete.
on Giu 13th, 2010 at 8:54 pm
Il widget in questione avrebbe un senso se fossimo in presenza di qualcuno che ha interesse a rettificare una notizia. Una persona del genere si limita a inserire un commento, in maniera onesta e pulita.
Il problema sono coloro che NON hanno alcun interesse a rettificare, bensì hanno interesse a chiudere un blog scomodo, a danneggiare un giornalista o un blogger che da fastidio e che fa delle inchieste. Potrei citare numerosi esempi, in particolare sulla vicenda della ricostruzione in Abruzzo, che fino a qualche settimana fa veniva data per “perfetta e veloce” da giornali e tv, mentre solo i blogger parlavano di quello che è realmente accaduto (da qualche giorno ne parlano anche le procure competenti).
Persone di tal fatta se ne fregano del widget, invieranno la mail nel momento in cui sanno che il blogger non c’è sperando di veder trascorrere le 48 ore e ottenere una sonora multa. Insomma chiudere il blog.
Se vogliamo fare qualcosa di utile, cerchiamo di capire una buona volta che i politici è questo che vogliono, chiudere le voci dissenzienti, e non hanno inserito questo famigerato comma 28 (ora 29) per sbaglio o perchè capiscono poco di rete, ma proprio perchè vogliono questo effetto. Capito questo abbiamo fatto un passo in avanti.
Se poi si volesse combattere per una modifica dell’articolo (credo che non la faranno mai, ma tant’è…), si possono chiedere 2 cose: 1) obbligo di risarcimento del danno a carico del richiedente la rettifica, in caso in cui un giudice dovesse stabilire che la richiesta era strumentale, oppure la notizie della quale si chiede la rettifica corrisponde a verità (o quantomeno non è diffamazione); 2) obbligo di identificazione del richiedente la rettifica; in assenza di una identificazione certa non c’è più obbligo di rettifica.
on Giu 14th, 2010 at 10:29 am
@Bruno
per quello che dici nel tuo punto 2 avevo pensato a far usare un indirizzò di posta certificato.
Il tuo punto 1 lo quoto in toto: se mi chiedi 200 milioni di euro perchè ti senti diffamato ma poi un giudice decide che non c’è stato niente o addirittura che avevo ragione io non dico di avete come risarcimento quello che tu chiedevi a me, ma almeno il 20% si.
Chiedo poi agli illustri giuristi: ma la lite temeraria si applica in questi casi di cause intentate per spaventare???
on Giu 14th, 2010 at 3:03 pm
@Brac: non è possibile la Pec. Non puoi subordinare un diritto (diritto alla rettifica) all’acquisizione di un indirizzo pec. Io stesso lo riterrei ingiusto. L’identificazione dovrebbe essere più libera (tipo: inviare copia della carta di identità).
Per la lite temeraria, tieni presente che quasi mai (ne avrò vista 1 in 15 anni di avvocatura) i giudici la ritengono sussistente. Quindi non ci spererei troppo. La cosa dovrebbe funzionare così. Io rettifico anche, ma se poi vinco la causa conseguente (e a quale punto se tu che rettifichi non mi fai causa, te la faccio io), tu mi paghi una cifra paragonabile al risarcimento per diffamazione (perchè in sostanza se tu dici che io scrivo fesserie al punto da pretendere una rettifica io mi sento diffamato). Mi pare un buon modo per evitare almeno una parte di rettifiche strumentali.
on Giu 17th, 2010 at 1:02 pm
Qui un’iniziativa per l’aborgazione del comma 29:
http://www.mobilitanti.it/dettaglio/110443/nessuno_tocchi_i_blog