Un articolo su Repubblica.it di questa mattina di Paolo Pontoniere riaccende, ancora una volta, il dibattito sull'anonimato in Rete ed il rischio di schedature di massa.
L'occasione è offerta dall'iniziativa iCard, lanciata da un consorzio al quale aderiscono Google, Microsoft, Oracle, Novell, PayPal e Equifax. L'idea è semplice - peraltro non originale - ma, ad un tempo, rivoluzionaria per l'attuale assetto della Rete: attribuire ad ogni cybernavigatore un numero univoco utilizzabile per l'imputazione di ogni condotta (positiva e nagativa) posta in essere in Rete.
Non ho ancora studiato - e prometto di farlo - i dettagli implementativi dell'idea e posso capire che il fatto che la proposta provenga da 6 grandi corporation possa ingenerare un clima di diffidenza nel grande pubblico ma sono convinto che occorra guardare ad iCard senza preconcetti perché, come ho già scritto, il problema dell'anonimato in Rete (1-2) esiste e l'attuale assetto miete vittime numerose e rischia di condurre all'implosione della Rete.
Nessun dubbio che schedature di massa dei cybernavigatori da parte di soggetti privati vadano evitate (in questo senso è già stato, probabilmente, un errore creare ex lege un mercato dei certificatori di firma digitale) ma, ad un tempo, sono convinto che in Internet sia ormai divenuto indispensabile il ricorso ad un elemento identificativo (chiamiamolo iCard, nickname o come preferite) che consenta, in caso di necessità, l'imputazione univoca - salvo un probabilmente ineliminabile margine di errore dovuto ad abusi del sistema - di ogni condotta ad una persona fisica.
Pensare di farne a meno è, oggi, un'utopia che ha solo il profumo e le sembianze della libertà ma che rischia, invece, di segnare il definitivo tramonto di ogni sogno di utilizzare internet come strumento di libertà.
Sulla sponda del fiume di bit lungo la quale si sostiene l'anonimato, infatti, troppo spesso si dimentica - o si finge di dimenticare - che nessun Ordinamento al mondo accetta che una condotta non possa essere imputata ad alcuno e, quindi, qualora non riesca ad individuarne l'autore finisce con l'imputarla a qualcun altro in base a criteri più o meno oggettivi.
E' quanto sta accadendo in tema di resonsabilità degli intermediari della comunicazione, i fornitori di hosting o, piuttosto, gli UGC.
Ma cosa accadrebbe se domani questi soggetti chiudessero? Se iniziassero ad esigere - al fine di poter eventualmente agire in via di regresso - la preventiva puntuale identificazione dei propri utenti o, magari, la prestazione di garanzie patrimoniali?
La Rete che sognamo imploderebbe e con essa ogni speranza di libertà sin qui riposta nel più grande mezzo di comunicazione di massa di tutti i tempi.
Non dico che i giganti della new economy siano diventati altruisti e filantropi e che iCard sia un progetto benefico ma credo, tuttavia, meriti il beneficio del dubbio, almeno al fine di poter orientarne lo sviluppo in una direzione sostenibile per i diritti fondamentali degli utenti…
Giriamo su macchine targate da quando siamo nati, ci viene chiesto di cedere una quantità indescrivibile di informazioni personali e dati biometrici ogni volta che decidiamo di scendere a prendere un pò di sole a Miami, ci vengono svuotate borse, tasche e talvolta, persino, le scarpe ogni giorno nei nostri aeroporti, veniamo fotografati e ripresi negli angoli più impensabili delle nostre città…un numero che ci identifichi mentre navighiamo - a condizione di poter contare su talune garanzie ben salde e facilmente azionabili - non ci cambierà la vita né segnerà in negativo il nostro futuro.
Buona giornata…N. 123456789!
P.S.
Un consiglio, da avvocato, ai 6 grandi: non so se "iCard" sia il nome ed il marchio sul quale si è davvero deciso di investire ma, se così fosse, ci penserei due volte perché l'espressione è un pò abusata e domani, qualcuno potrebbe rivendicare diritti di proprietà industriale e promuovere un bel procedimento inibitorio e risarcitorio a molti zeri…





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