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Non chiamiamolo il “Caso Google”.

Il fatto è ormai noto: la Procura della Repubblica di Milano sembra intenzionata - le notizie sono ancora poche e frammentarie - a contestare a 4 dirigenti di Big G la violazione della disciplina sulla privacy e quella in materia di diffamazione per non aver impedito a 4 ragazzini torinesi di postare su Google video la "cronaca" girata con un videofonino di una loro bravata in danno di un compagno di scuola meno fortunato perché down.

Come già accaduto nel novembre del 2006 quando la storia venne, per la prima volta, alla ribalta in Rete e - per una volta - fuori dalla Rete non si parla d'altro e il "Caso Google" tiene banco in TV come sui giornali.

E' comprensibile perché, questa volta, nell'occhio del ciclone ci è finito il colosso di Mountain View ma, la vicenda, non è molto diversa da tante altre che si sono già consumate in danno di soggetti meno noti rei soltanto di aver messo a disposizione di un utente uno strumento capace di consentirgli di dire la sua al mondo intero.

E' per questo - e da qui il titolo di questo post - che io non parlerei di un "Caso Google".

L'iniziativa dei giudici milanesi trascende le sorti dei 4 quattro dirigenti di Google e riguarda, piuttosto, due principi che mi stanno particolarmente a cuore: la rete come strumento di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e la Net-neutrality.

Due parole sotto entrambi i profili:

1. In tutti i Paesi del mondo si lotta da centinaia di anni per garantire a tutti i cittadini l'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero. Si è, tuttavia, sin qui trattato di una battaglia persa perché la limitatezza delle possibilità di accesso ai media mainstream hanno sempre fatto sì che pochi potessero parlare e gli altri fossero costretti ad ascoltare.

Oggi è diverso: grazie a Internet il problema della limitatezza delle possibilità di accesso ai media è superato e chiunque può, in pochi click, far sentire la sua voce lontano ed a milioni di persone.

Il presupposto perché ciò sia possibile e che esista -oltre alla connettività diffusa in ogni area del Paese - un'adeguata infrastruttura di comunicazione liberamente accessibile da chiunque senza costi ed in modo immediato.

Tale infrastruttura è quella che gli UGC, ormai da anni, pongono a disposizione dei propri utenti.

Milioni di gigabyte, migliaia e migliaia di video, centinaia e centinaia di informazioni, idee ed opinioni che ogni ora prendono così la strada del web senza che nessuno possa arrestarne la corsa.

Un solo principio dovrebbe guidare questo nuovo universo dell'informazione: chi sbaglia o, comunque, viola gli altrui diritti deve pagare.

Pensarla diversamente e rintracciare in capo a chi gestisce - sebbene non per pura filantropia - quella straordinaria infrastruttura di comunicazione un dovere non scritto e tecnicamente inattuabile di controllo sui contenuti immessi in Rete dagli utenti, semplicemente, vuol dire, non comprendere il senso della rivoluzione in atto e, soprattutto - come ha già fatto notare Stefano Rodotà dalle colonne di Repubblica - pretendere di applicare regole vecchie ad un contesto nuovo.

2. Una tecnologia come già ricordava Layla Pavone nel 2006 è neutra rispetto alla liceità o illiceità delle condotte attraverso essa poste in essere.

Colpevolizzare i gestori dell'infrastruttura di comunicazione è un pò come contestare ad un tassista (anzi no, date le dimensioni del fenomeno, almeno al macchinista di un treno da migliaia di persone) di aver portato sul luogo dell'omicidio il killer o, piuttosto ad un postino di aver consegnato una lettera minatoria…

Net-neutrality, direi una parola da non dimenticare ed un principio cui ispirare lo sviluppo della disciplina della materia. 

 

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