Leggo su Repubblica un nuovo articolo nel quale si torna a parlare di Google Street View ed alle difficoltà con le quali il servizio sembra piegarsi alla vigente disciplina sulla privacy.
L'occasione per l'articolo è offerta da un giovane fisico romano che nella scorsa primavera, passeggiando per Roma, aveva avuto il sospetto di essere stato "ripreso" dalla macchina fotografica installata sulla Google Car e che qualche mese più tardi, sfogliando Google Street View ha visto il suo sospetto trovare conferma: la sua immagine era on-line e, per di più, rientrava in quella modesta percentuale di casi in cui il software "anonimizzante" di Google ha fallito nel mascheramento del volto!
Il giovane ricercatore di fisica sembrerebbe averla presa a ridere ma si chiede - e con lui Riccardo Staglianò - che ha scritto l'articolo se avrebbe riso lo stesso qualora fosse stato ripreso all'uscita dallas ede di un partito o di una clinica.
La questione continua ad affascinarmi e, ad un tempo, lasciarmi perplesso.
La mia sensazione è, infatti, che la disciplina europea della materia e, in realtà, anche il buon senso ammesso che fosse utilizzabile quale criterio di interpretazione della legge dovrebbero portare ad escludere che sia necessario mascherare a priori il volto di un cittadino ritratto mentre passeggia per le strade di una delle nostre città a pena, in caso contrario, di dovergli preventivamente chiedere il consenso.
Il mio punto di vista di buon senso è semplice: se ho scelto di passeggiare per strada, da solo, con un'amante, con un simbolo idoneo a rivelare la mia fede religiosa o, piuttosto, le mie convinzioni politiche ho "accettato il rischio" di essere visto e "condividere" con il pubblico - poco importa che sia un pubblico di uno, nessuno o centomila! - i miei dati personali.
In un contesto di questo genere parlare di privacy ma, in particolare, di necessaria acquisizione del consenso e/o necessario mascheramento del mio volto (ammesso poi che sia convincente l'idea secondo la quale il volto è l'unico dato biometrico di una persona) mi sembra, francamente esagerato.
Ho già detto, tuttavia, che il "mio buon senso" vale meno di due cents…
C'è però una norma contenuta nella Direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del consiglio, relativa alla tutela delle persone fisiche riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati che sembra venire in soccorso del "mio buon senso" da due cents e rivestirlo di una diversa "autorità".
Il paragrafo uno dell'art. 8 della Direttiva, infatti, stabilisce che "Gli Stati membri vietano il trattamento di dati personali che rivelano l'origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, l'appartenenza sindacale, nonché il trattamento di dati relativi alla salute e alla vita sessuale.". Il secondo paragrafo del medesimo articolo, tuttavia, prevede che il precedente paragrafo non trovi applicazione, tra l'altro, ove "e) il trattamento riguardi dati resi manifestamente pubblici dalla persona interessata".
Il trattamento di dati "sensibili" laddove l'interessato abbia manifestamente reso pubblici tali dati deve, alla stregua della disciplina europea, rilevarsi lecito a prescindere dal consenso dell'interessato medesimo.
Se cammino per strada, esco da una chiesa, bacio una donna o, piuttosto, entro nella sede di un partito politico, rendo manifestamente pubblico - almeno a livello di accettazione del rischio - il mio dato personale con la conseguenza che, alla stregua di quanto previsto nella disciplina europea, a mio avviso, non posso poi esigere né che mi si chieda il consenso né che il mio volto venga mascherato.
Voi che ne pensate? Secondo buon senso e secondo diritto!





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