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Aiutati che Dio ti aiuta.

Massimo Mantellini, ieri, su Punto ha rilanciato uno dei temi dei quali più si discute in Rete (e fuori) negli ultimi mesi: un modello di business capace di salvare i giornali dall’estinzione cui appaiono destinati.

Condivido, sostanzialmente, tutto quello che ha scritto Massimo e ritengo come lui che, questa volta, l’ingegnere (De Benedetti) sbaglia e che l’idea di trasformare repubblica.it in un supermercato dell’informazione stile itunes sarebbe fallimentare e, aggiungo, non auspicabile in relazione al ruolo che l’informazione è chiamata a svolgere nel contesto socio-cultural politico di riferimento.

Provo a spiegarmi meglio: è ovvio che i giornali vadano pagati e che le imprese editoriali debbano trarre un utile dalla propria attività e, egualmente, è comprensibile che tale utile non possa che derivare dal corrispettivo versato dai lettori o, piuttosto, dalla pubblicità raccolta.

Mi sembra inutile negare che le fonti di finanziamento della stampa così come le proprietà dei giornali ne influenzino in modo determinante la linea editoriale.

Si tratta di un’evidente disfunzione del sistema perché il condizionamento dell’informazione - specie se in forma “occulta” - finisce con l’incidere negativamente sul processo di formazione dei consensi e dissensi politici e, più in generale, sulla formazione dell’opinione pubblica.

La storia, tuttavia, ha sin qui dimostrato che è pressoché impossibile sottrarsi a tale dinamica.

L’idea, tuttavia, di trasformare i quotidiani on-line in supermercati dell’informazione, a mio avviso, rappresenterebbe la fine dell’informazione libera: è ovvio, infatti, che, per questa via, la corrispettività diretta tra il pagamento di un prezzo e l’accesso alla notizia spingerebbe gli uomini marketing ed i direttori commerciali ad incidere in maniera via via più incisiva sulla linea editoriale del quotidiano al fine di massimizzare le vendite di ogni notizia.

Tanto per intederci la sindrome del “nudo&sesso” o del titolo ad effetto che, ormai da anni, affligge le copertine e le prime pagine dei più venduti settimanali e quotidiani italiani, contaggerebbe, in pochi click, la più parte delle notizie di un giornale on-line.

E’ uno scenario che non può entusiasmare e deve, anzi, preoccupare.

Guai, tuttavia, a negare che il problema è complesso e che le dimensioni del fenomeno di progressivo crollo dei fatturati delle imprese editoriali è un fenomeno che sta investendo tutti i protagonisti del mercato negli Stati Uniti come in Europa.

Vi segnalo questo interessantissimo focus sulla Columbia Journalism Review.

L’argomento è straordinariamente interessante e, pertanto, nei prossimi giorni tornerò ad occuparmene ma, frattanto, segnalo due profili che mi hanno colpito più di tanti altri nel dibatrtito in corso in USA e che condivido:

(a) è impensabile ipotizzare di pagare con le revenues di un modello di business “pay per information” i costi delle edizioni cartacee dei giornali:

(b) la disponibilità dei lettori a pagare per l’accesso alle informazioni pubblicate su un quotidiano dipende largamente dalla qualità di dette informazioni e dal valore aggiuntto che il giornalista riesce a dare all’informazione “grezza” sempre reperibile in Rete.

E’ in ragione di questa ultima considerazione che il titolo di questo post richiama un vecchio proverbio: prima di gridare all’ineluttabile fallimento del e nel mercato la stampa italiana (e non solo) dovrebbe chiedersi se ed in che misura, allo stato, offre ai propri lettori validi argomenti per investire una quota parte delle proprie risorse per accedere a contenuti che - se non di qualità - sono e saranno sempre reperibili in Rete attraverso centinaia di fonti diverse.

Ieri la concorrenza era solo tra un pugno di editori e, quindi. era sufficiente fare cartello su prezzo e qualità dei giornali per garantirsi tutti importanti quote di mercato ma, oggi, in Rete, è impossibile ipotizzare cartelli sulle modalità o i costi di accesso alle informazioni nonché sulla qualità delle informazioni.

Un blogger, attraverso un paio di buone agenzie di stampa e la lettura di un paio di quotidiani stranieri on-line ben può produrre informazione forse non di qualità eccelsa ma superiore a quella egualmente poco eccelsa che troppo spesso affolla le colonne dei nostri quotidiani.

Voi che ne pensate?

5 Comments on “Aiutati che Dio ti aiuta.”

  1. #1 Luigi Rosa
    on Lug 28th, 2009 at 7:46 am

    Avevo fatto recentemente una considerazione con alcuni amici in merito alla profonda differenza tra le pagine di apertura dei siti delle due testate piu’ importanti del nostro Paese e quelle degli altri Paesi UE. Mentre Corsera e Repubblica sono un coacervo di notizie disorganizzate tale per cui e’ facile trovare la starletta a seno nudo a fianco al morto ammazzato, i siti del Times, della FAZ, di Le Monde e del Pais (per citarne alcuni) hanno un’impostazione piu’ simile ad una prima pagina di un quotidiano di un certo livello.

    Il problema di Corsera e Repubblica e’ che vogliono essere seri come il New York Times, ma vogliono attirare anche il popolo che legge la Bild e The Sun, con il risultato che sembrano un Sun con alcune notizie serie confuse in mezzo al gossip.

    Si dira’ che i due giornali nazionali offrono quello che i loro visitiatori chiedono. Vero, ma questo discorso viene fatto dalla stampa “di qualita’” quando denigra l’informazione della televisione generalista e della cosiddetta “stampa popolare”.

    Per non parlare della sciatteria dei testi, con visotsi errori di grammatica che uno spellcheck evoluto riuscirebbe ad individuare o errori dovuti ad una scarsa attenzione e limitata documentazione di chi redige i pezzi.

    Se domani tutti i quotidiani online diventassero a pagamento, probabilmente sceglierei il New York Times, non tanto per la qualita’ delle notizie, quanto per la qualita’ degli editoriali, a conferma di quanto scritto nel post.

  2. #2 Alfonso Maruccia
    on Lug 28th, 2009 at 9:45 am

    Io penso che se Repubblica mi corrispondesse anche solo una parte dei soldi che paga a molti dei suoi “giornalisti” con qualche agenzia e magari un contatto diretto sarei in grado di fare informazione molto meglio del “foglio” di De Benedetti :-P

    Boutade a parte, questo discorso (e il discorso di Mantellini su PI) è validissimo ma solo in teoria. In pratica la “stampa” in Italia è spazzatura, diciamocelo chiaro e tondo, abbarbicata a pruriti da settimanale scandalistico per “vendere” e leccaculismo da accattoni verso il Leader Nanico quando si tratta di elemosinare finanziamenti pubblici per la (giustamente) morente editoria italiana…

    La frase poi secondo cui è comprensibile che tale utile non possa che derivare dal corrispettivo versato dai lettori o, piuttosto, dalla pubblicità raccolta è sostanzialmente falsa. Lasciando da parte l’advertising (che in rete ha specificità tutte proprie come la possibilità di veicolare malware, infezioni e vulnerabilità in maniera assolutamente incontrollabile e imprevedibile), in Italia sta nascendo un giornale che parte solo e soltanto perché i suoi lettori hanno cacciato in anticipo i soldi per l’abbonamento. Caso unico e raro? No, è l’unico futuro possibile dell’informazione vera: qualità accanto alla riscoperta del giornalismo vero senza più comportamenti da piazzisti dei pruriti nazionali ed essendo consapevoli del fatto che il problema dell’informazione non è Internet, ma la mediocrizzazione del mestiere.

  3. #3 Alfonso Maruccia
    on Lug 28th, 2009 at 9:50 am

    Ah, quasi dimenticavo: per concludere il discorso, su Internet oltre all’abbonamento ci vogliono forme alternative e non sostitutive per la “vendita” dell’accesso avanzato al giornale. Forme che grazie al digitale sono moltiplicabili all’infinito, e che sono destinate inesorabilmente a fallire se non si garantisce la possibilità di fruire gratuitamente dei contenuti base del portale. Tutto il resto, dai micropagamenti alle notizie vendute un tanto al chilo, sono solo ridicoli scempiaggini.

  4. #4 ale
    on Lug 29th, 2009 at 1:29 pm

    il problema è che le revenues dei quotidiani provengono più dall\’advertising che dall\’edicola.
    repubblica cartacea fa 400.000 ~ 700.000 copie, repubblica.it fa invece 5 mln di pageviews al giorno.
    se repubblica non è in grado di monetizzare, con l\’advertising, 5 milioni di impression, beh - hanno un problema!
    ma non è certo un problema degli utenti.

  5. #5 Damiano Zito
    on Lug 31st, 2009 at 1:06 am

    È un tema molto importante questo dei giornali sul web…L\’informazione potrebbe essere benissimo un connubio tra carta e internet (sempre se la carta fosse in grado di fornire buoni articoli). Io compro raramente i quotidiani per l\’enorme quantità di spazzatura che mi danno, sia a livello di articoli sia a livello di inserti che non servono a niente e che non ho mai chiesto e voluto. Forse devono riassettare completamente il modo di informare prima di pensare a \"chiudere\" l\’informazione…Il tema per me rimane aperto, si potrebbe parlare molto…

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