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Governare il futuro – La voce non mente (o almeno non mentiva)

Era il 2000 e un virus informatico attaccò nello stesso giorno oltre 10 milioni di computer in giro per il mondo semplicemente inviando una mail il cui oggetto diceva “I love you”. 7 caratteri – 9 spazi inclusi – capaci di accendere la curiosità della più parte dei destinatari, farli cedere alla tentazione e di indurli ad aprire il messaggio. Al resto pensava il codice che si installava subdolamente nei computer dei malcapitati. Oltre 5 miliardi e mezzo di dollari i danni da contagio stimati.

È per questo che c’è poco da sorridere ad ascoltare la voce di un robot o meglio la voce di un’attrice utilizzata attraverso un algoritmo di intelligenza artificiale per replicare una persona che flirta con un’altra, sussurrandole parole d’amore con gli stessi ammiccamenti acustici, le pause emotive, le inflessioni vocali, gli effetti sonori da labbra che si mordono, che probabilmente veicolerebbero il messaggio se a pronunciarle fosse una persona reale, una persona in carne ed ossa.

Ci siamo o almeno siamo molto vicini al risultato. L’intelligenza artificiale applicata al cosiddetto deepfake vocale non si limita più semplicemente a far pronunciare ad un robot espressioni identiche a quelle che potrebbe pronunciare una persona in carne ed ossa, ma che non ha mai pronunciato.

Ora è capace – o quasi capace – di farlo ricreando persino quei minuscoli gesti, quei segnali, quegli indici sintomatici di emozioni, stati d’animo e sentimenti che arricchiscono quello che diciamo. Insomma, i robot non si limitano più solo a dire quello che diciamo noi, quando lo vogliamo noi, ma stanno imparando anche a dirlo come lo diciamo noi.

La voce non mente, si diceva sino a non molto tempo fa. E lo si diceva proprio perché le parole che si pronunciano a parte spesso – o forse quasi sempre – a condizione naturalmente di saper ascoltare, la voce lascia trasparire, al di là appunto delle parole, le emozioni e lo spirito che a quelle parole danno sostanza. E talvolta l’intonazione che si usa, le pause, i sorrisi, tradiscono le parole stesse e suggeriscono che quello che si dice non è ciò che si pensa o al contrario, per fortuna giacché è più frequente dire la verità che mentire, quelle stesse emozioni rafforzano e danno forma alle nostre parole e alle nostre emozioni.

Ecco ora – o almeno da qui a poco – tante certezze andranno ridimensionate. La voce mentirà tanto quanto le parole, o almeno potrà farlo. E chissà in quanti ci cadremo, chissà soprattutto a quali usi oltre a quelli assolutamente legittimi dell’universo dell’intrattenimento per i quali questi algoritmi di intelligenza artificiale sono creati, verranno piegati. Specie perché si tratta e si tratterà sempre di più di applicazioni tecnologiche a portata di mano per chiunque.

L’unico limite è la fantasia. Pensate a quante vittime potrebbe fare un truffatore o una truffatrice del cuore tipo quello che ha ispirato la serie TV in onda su Netflix, il truffatore di Tinder, con un giocattolo di questo genere capace di produrre in una manciata di minuti centinaia di messaggi di amore da indirizzare ad altrettante persone.

Più che sulle regole dell’intelligenza artificiale, che pure in taluni casi servono, dobbiamo investire ogni risorsa a disposizione nella educazione alla convivenza tra uomini e macchine, tra uomini e algoritmi e soprattutto dobbiamo investire ogni risorsa disponibile a inoculare l’etica sin dalla progettazione degli algoritmi e a fare in modo che la stessa etica ne guidi ogni forma di impiego.

Buona giornata!

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