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Nevada, rendiamo i giganti tecnologici Stati negli Stati

In tutta sincerità mette i brividi, almeno stando a quanto noto sin qui, l’idea annunciata nei giorni scorsi e rilanciata venerdì dal Governatore del Nevada: autorizzare società private, ricche e tecnologicamente potenti a battere una propria bandiera, fissare le proprie regole, stabilire le proprie tasse e erogare servizi ai cittadini.

Guai, specie in una stagione del mondo nella quale le cose vanno tanto di corsa e le certezze sono tanto poche come la pandemia ci ha insegnato, a bollare un’idea innovativa come cattiva troppo in fretta sulla base di convinzioni, principi o, addirittura, pregiudizi atavicamente presenti dentro di noi.

Questa, però, sembra davvero una brutta idea, anzi una pessima idea.

Il Governatore del Nevada Steve Sisolak sembra determinato – nonostante appaia consapevole del fatto che si tratti di un’idea non priva di qualche rischio – a autorizzare qualunque società tecnologica che disponga almeno di 250 milioni di dollari, sia pronta a investire almeno un miliardo di dollari in 10 anni per lo sviluppo della zona interessata, e acquisti almeno 200 chilometri quadrati di terra disabitata e non sviluppata in una stessa contea a ergersi a città-Stato.

A quel punto, anche se con una certa gradualità, lo Stato nello Stato – perché se non ci si ferma al burocratese questa è la sostanza – potrà dotarsi di un proprio organo di Governo i cui componenti, all’inizio, saranno in parte designati dallo Stato – quello vero – per poi, progressivamente, essere eletti dai cittadini dello Stato nello Stato, quello privato.

Alla base dell’idea una convinzione che, se possibile, è peggiore dell’idea stessa: l’amministrazione pubblica, i Governi, nazionali o locali che siano, non sono in grado di garantire alle tech company l’elasticità e la rapidità di adattamento regolamentare delle quali hanno bisogno per crescere, prosperare, innovare e produrre benefici per la società.

Insomma una dichiarazione di impotenza dello Stato e delle sue regole democratiche nel governo del presente e del futuro e, soprattutto, la convinzione che piuttosto che provare a migliorare il funzionamento delle nostre democrazie nel rispetto dei principi e dei diritti fondamentali che vi stanno alla base sarebbe preferibile abdicare una buona parte della sovranità pubblica a favore di una nuova forma di sovranità privata.

Ancora un po’, verrebbe da dire, visto che già siamo in un’epoca nella quale, specie nella dimensione digitale, viviamo in una sorta di dittatura de facto delle policy dei grandi giganti del web che impongono le loro regole uniformi a un numero di persone enormemente superiore rispetto a quello dei cittadini di un qualsiasi Stato e, ormai, le applicano e fanno applicare dai loro algoritmi come se fossero, al tempo stesso, Parlamenti, Governi e Giudici.

E, quella del Governatore del Nevada, sembra, purtroppo, molto di più di un’idea estemporanea perché a quanto racconta Associated Press, ci sarebbe già, proprio in Nevada, una società, specializzata in blockchain e dintorni in possesso di tutti i requisiti individuati dal Governatore Sisolak e pronta a costruire letteralmente una città o una Contea che, nei rendering disegnati dagli architetti che la stanno progettando è, naturalmente, un Eden tecnologico nel quale, probabilmente, molti di noi, a fermarsi alle apparenze, vorrebbero trasferirsi di corsa.

E, pazienza, se poi, magari, i diritti fondamentali restassero lontani su una pallida linea di un orizzonte irraggiungibile come spesso già accade nel web.