Salta al contenuto

Dall’altra parte c’è una persona, l’idea di Twitter contro le parole d’odio

Cosa fare per rendere il confronto sui social più civile e contrastare il fenomeno del c.d. hate speech?

Se ne sono dette tante e provate altrettante.

Dobbiamo però dirci in tutta sincerità che l’impresa è di quelle difficili da vincere e assomiglia un po’ a quella del celeberrimo bambino di Sant’Agostino che pretendeva di svuotare il mare con un secchiello.

Ora Twitter lancia un’idea nuova. Chissà.

È possibile, al massimo probabile, ma, comunque, tutto da dimostrare e sin qui indimostrato che se quando si lanciano invettive, insulti e parole d’odio all’indirizzo di qualcuno online si avesse occasione di pensare, anche solo per un istante, che dall’altra parte, il destinatario non è un’entità astratta, un account social immateriale, un avatar ma una persona in carne e d’ossa, forse, ci si limiterebbe, tratterebbe, frenerebbe da ogni esasperazione verbale violenta.

È questa la riflessione alla base dell’ultima idea di Twitter nel tentativo di contrastare il fenomeno del c.d. hate speech, quello delle parole d’odio online che inquina, non da oggi, il confronto, il dibattito e la dialettica nella dimensione digitale.

Twitter partendo da qui ha lanciato una sperimentazione nell’ambito della quale condividerà con l’utente, prima che questi posti un tweet destinato direttamente o indirettamente a un altro utente quali interessi in comune ritiene che abbia con quest’ultimo.

Come dire caro utente che stai per cinguettare all’indirizzo di Fabio, Matteo, Paolo o Giovanni tieni presente che loro sono tifosi della tua stessa squadra, sono appassionati anche loro di guerre stellari o, magari, hanno come te dei bambini piccoli, pensaci due volte prima di offenderli.

Per ora l’esperimento è destinato a una minima percentuale – il 10% – degli utenti Twitter di lingua inglese, poi, se funzionasse, ovviamente, sarebbe esteso a una percentuale più consistente e, magari, in caso di successo, adottato in maniera strutturata e planetaria.

Difficile fare previsioni sul successo dell’iniziativa.

La strada del contrasto al fenomeno, anche solo in casa Twitter – ma esercizi nella stessa direzione sono stati fatti un po’ da tutte le grandi piattaforme online – è, purtroppo, lastricata di insuccessi e ci sono poche buone ragioni per pensare che questa volta l’epilogo sia sensibilmente diverso.

Ma tentar non nuoce e, in effetti, l’umanità è un po’ e sempre di più la grande assente non tanto e non solo nei confronti verbali online ma proprio nella nostra società e, quindi, darci una scusa in più per riflettere che i confronti interpersonali in ogni contesto – da quello politico a quello ideologico passando per quelli sportivi o religiosi – sono sempre tra esseri umani e non burattini di carta pesta o avatar digitali male non può fare.

Poi, forse, prima o poi, dovremo anche prendere atto che le parole d’odio sono l’altra faccia della libertà di parola e che mentre è giusto provare, naturalmente, a limitarle – online come offline, nei media tradizionali come in quelli digitali – rappresentano un fenomeno connaturato alla nostra società connessa e, quindi, non ci si può spingere troppo in là nel contrasto al fenomeno senza rischiare di comprimere anche una libertà – come quella di parola – che è la pietra angolare sulla quale posano le nostre democrazie.