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Un’app può chiamarsi amfetamina? E a chi tocca decidere?

Si chiama amfetamina è un’app e a cavallo di capodanno ha scatenato una delle questioni più controverse degli ultimi tempi nell’Apple store.

I numeri e i feedback sono quelli di un’app di successo o, almeno, destinata al successo.

Serve a evitare che i dispositivi con sistema operativo MacOs vadano in sleep mode, insomma a fare in modo che restino attivi.

Il nome scelto dal suo sviluppatore rende l’idea, forse, anche troppo: amfetamina.

Così come l’icona dell’app: il disegno di una pasticca che, almeno a chi ha avuto occasione di vederne una, ricorda, appunto, una pasticca di amfetamina.

Il 29 dicembre Apple ha inviato allo sviluppatore un autentico ultimatum: due settimane per cambiare il nome e il logo e eliminare ogni altro riferimento all’amfetamina dalla descrizione dell’app o l’app sarebbe stata bloccata e tirata giù dall’Apple store.

A quel punto Gustafson, lo sviluppatore dell’app ha lanciato l’allarme sui social, ha puntato l’indice contro Apple rea, a suo dire, di minacciare la rimozione di un’app che, nome e logo a parte, non ha, evidentemente, niente a che vedere con l’amfetamina.

E poi ha contestato la decisione di Apple.

Il 2 gennaio l’annuncio, per ora né confermato, né smentito da Apple, ma sembrerebbe attendibile: Apple ha cambiato idea, ha revocato il suo ultimatum, Amfetamina resta al suo posto nell’Apple store con nome e logo.

Una vicenda eguale, certamente, a centinaia di altre che, probabilmente, hanno meno eco mediatica.

Ma la questione che solleva è importante, anzi, importante due volte.

Nel metodo perché accende, una volta di più, un faro sul tema della moderazione dei contenuti – app incluse – nelle grandi piattaforme attorno alle quali vive il web e, quindi, il mondo.

Possibile che tocchi davvero a Apple decidere se un’app, un software, un’impresa debba cambiare nome e marchio?

Possibile che a decidere se un’app possa o non possa finire sui dispositivi di centinaia di milioni di persone in giro per il mondo sia una società privata?

E se Apple non avesse cambiato idea e non avesse accolto il ricorso dello sviluppatore quest’ultimo che rimedi effettivi e compatibili con la sopravvivenza della sua attività di impresa avrebbe avuto?

Nel merito, la domanda non è meno rilevante: l’amfetamina è un farmaco. E’usato per scopi terapeutici ed è usato per scopi ricreativi. Giocare sulle sue proprietà eccitanti per promuovere un software scritto per tener svegli dei dispositivi elettronici è lecito o illecito?

E’ libertà di iniziativa economica e libertà di parola o travalica i limiti di queste libertà e finisce, indirettamente, con il rappresentare una forma di pubblicità dell’uso, in particolare ricreativo del farmaco?

Vedendo l’icona di quella pasticca e leggendo amfetamina come soluzione per tener sveglio un pc viene da farsi una risata o, magari, in qualche caso, viene da pensare che se un’app che si chiama amfetamina tiene sveglio il pc, magari una pasticca, come quella del logo, di amfetamina può tener sveglia anche una persona?

Difficile dare una risposta, probabilmente persino per un giudice o un’Autorità indipendente.

Ed è per questo che la storia e interessante e il problema di metodo da risolvere in fretta per garantire uno sviluppo sostenibile dell’ecosistema digitale.