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#ibambiniprima

Oggi ricorre l’anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, ce lo ricorda Telefono Azzurro, lanciando, peraltro, una campagna di sensibilizzazione oggettivamente forte e che non può lasciare indifferente.

Oggi, almeno oggi, forse è giusto tornare a casa e chiedere scusa ai nostri figli, scusa a tutti i bambini del mondo perché, troppo spesso, ci dimentichiamo di loro specie nel progettare e disegnare il futuro.

Quelle scuse che spesso chiediamo ai più piccoli di porgerci e porgere, oggi gliele dobbiamo davvero, le dobbiamo ai più piccoli.

Abbiamo sbagliato, non abbiamo fatto abbastanza per loro, ci siamo dimenticati che erano, che sono, che restano la priorità.

Prima i bambini, come nel titolo della campagna lanciata oggi da Telefono Azzurro.

Il web, Internet, i servizi digitali non sono pensati, progettati, gestiti a misura di bambino.

Eppure – sebbene sbagliando – chiamiamo i bambini “nativi digitali” con ciò intendendo che il digitale è l’ecosistema nel quale sono immersi, il contesto nel quale nascono, crescono e vivono.

Il loro mondo non è pensato per loro e la colpa è nostra.

La colpa è di noi adulti, nessuno escluso.

I rappresentati delle Istituzioni come quelli delle società che gestiscono i piccoli e grandi giardini privati digitali nei quali i bambini giocano, si conoscono, scoprono il mondo.

I primi, noi per primi, siamo troppo spesso distratti dalle questioni che riguardano i mercati, i temi a alto impatto mediatico, quelli che si impongono nell’agenda politica dei nostri Paesi.

Troppo presi da tutto questo per pensare che la priorità dovrebbero essere loro, i bambini, il loro futuro.

La convenzione della quale oggi celebriamo l’anniversario in realtà lo dice in termini inequivoci: in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità.

Ma non è mai stato così.

I bambini, nella nostra società, specie nella dimensione digitale, non sono mai stati una priorità neppure per chi scrive le regole, per chi le applica, per chi deve farle rispettare.

Ovviamente si fa molto, ma dopo aver fatto tanto di più in direzioni diverse.

Possiamo e dobbiamo fare di più.

Ma naturalmente non è solo colpa delle Istituzioni.

I giganti del web, i gestori delle grandi piattaforme, che pure stanno facendo molto – e gliene va dato atto – per proteggere i bambini online continuano, però, a progettare, sviluppare e gestire i loro servizi con modalità inidonee a garantire per davvero i diritti dei più piccoli.

Non si può accettare nel 2020 il fatto che gestori di piattaforme globali che ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, non siano in grado di garantire, almeno, che un bambino che non ha l’età giusta, che si tratti di tredici o di quattordici anni, non sia dove non dovrebbe essere, in uno dei loro giardini privati.

La tecnologia necessaria a scongiurare tale rischio dovrebbe essere messa subito al servizio dei più piccoli perché ne va della loro vita e, quindi, del nostro futuro.

E il punto di partenza è questo: sapere quanti anni ha per davvero il pubblico di un contenuto o di un servizio.

Senza questo presupposto, tutto il resto è inutile.

E, poi, i sistemi di parental control che pure, innegabilmente, esistono vanno promossi, pubblicizzati, raccontati, spiegati come se fossero, per i gestori delle piattaforme online, il prodotto di punta, quello destinato a produrre più profitti, più fama, più notorietà.

In un continente come quello europeo con il 58% della popolazione che, in media, manca ancora di un adeguato livello di competenza digitale di base, infatti, è troppo semplice mettersi a posto la coscienza rendendo disponibili certi strumenti senza assicurarsi che siano noti per davvero ai genitori.

Prima i bambini, non oggi ma da oggi.

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