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Governare il futuro – Aspirapolveri intelligenti, occhio che non aspirino anche troppi dati

A metà strada tra realtà e leggenda, la BBC ha raccontato qualche giorno fa la storia di un aspirapolvere-robot che dopo mesi di onorato servizio in un Hotel di Cambridge avrebbe improvvisamente deciso di darsi letteralmente alla fuga.

E sarebbe accaduto così – nonostante l’autorevolezza della fonte il condizionale è d’obbligo – che a differenza di quanto accaduto nei mesi precedenti, arrivato sulla porta di uscita, anziché fermarsi, tornare indietro e continuare a pulire la hall, il robot si sarebbe avventurato all’esterno dell’edificio. L’occasione – vera o meno vera che sia – è utile per un avviso ai naviganti.

Sono sempre più intelligenti, per quanto sia strano dirlo di un’aspirapolvere.
Sono sempre più utili e preziosi.
Sono sempre più economici, anche se ancora non a portata delle tasche di chiunque, almeno se si guarda ai prodotti di punta.
Sono sempre tecnologicamente più evoluti, tra videocamere, sensori, algoritmi e intelligenza artificiale.

Ma, naturalmente, non c’è moneta senza due facce e non c’è innovazione senza opportunità e rischi contestualmente e inesorabilmente presenti.
E allora, probabilmente, senza suggerire a nessuno di rinunciare all’acquisto di un’aspirapolvere robot diversamente intelligente è, però, opportuno ricordarci tutti che, come la più parte dei gadget tecnologici dei nostri giorni, i robot in questione lavorano tanto meglio quanto più conoscono la nostra casa e le nostre abitudini.

Nessuna sorpresa.

Più è puntuale la planimetria della casa che disegnano e memorizzano più diventano capaci di pulirne ogni più remoto angolo e di farlo in fretta evitando ogni ostacolo e ogni area lavorando nella quale rischierebbero di far danni.

E più sanno di noi e, in particolare, delle nostre abitudini quando siamo in casa e quando non ci siamo e più sono in grado di lavorare senza darci fastidio.
E, però, nonostante – e gliene va dato atto – l’industria del settore, negli ultimi anni, si sia data un gran da fare per affrontare i diversi profili di privacy che emergono ogni qualvolta si mette un robot diversamente intelligente dentro le nostre case, è fuor di dubbio che i rischi esistano, ci siano e permangano.

Perché in un modo o nell’altro, in maniera più o meno sicura, ma i robot dei quali discutiamo – intendiamoci non di più e non di meno di tanti altri robot che abitano e abiteranno con noi – oltre alla polvere aspirano inesorabilmente una grande quantità di dati personali in taluni casi di straordinario valore economico o, anche, semplicemente capaci di raccontare moltissimo di noi.

Quanto è grande la nostra casa, in quanti ci viviamo, in quanti lavoriamo, in che orari più frequentemente non ci siamo, quanti letti abbiamo, quale stanza viviamo di più e chi più ne ha più ne metta.

E allora? Cosa fare?
Rinunciare alla comodità di un robot intelligente che ci aiuti nella pulizia della casa per proteggere la nostra privacy?

Probabilmente no o, almeno no, salvo che non saltasse fuori che oltre a robot intelligenti ce ne sono anche di furbetti che raccolgono più dati di quanto non dicano e, magari li rivendano – cosa che la più parte delle aziende del settore esclude – a soggetti terzi per le finalità più disparate.

Ma, certamente, stare attenti, tanto attenti a come impostiamo il nostro robot, a quali autorizzazioni diamo all’azienda che lo ha prodotto in termini di raccolta e condivisione dei nostri dati, a fare in modo che il robot, oltre alla polvere, aspiri solo ed esclusivamente i dati e le informazioni che effettivamente gli servono a far bene il suo lavoro e niente di più e, soprattutto, che non trasmetta nulla fuori da casa nostra.
 

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