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Termini d’uso e infoprivacy, un link non basta per considerarli letti e accettati

Avete presente quando ci si invita a accettare i termini d’uso di un servizio e a dichiarare di aver preso visione dell’informativa sulla privacy proponendoci semplicemente un link ai due documenti?

Secondo i Giudici della Corte Suprema del Massachusetts Uber – ma lo stesso principio vale naturalmente in relazione a ogni altro fornitore di servizio – non può sostenere che i suoi utenti abbiano accettato delle condizioni generali di contratto solo perché hanno cliccato su “accetta e continua” sotto un link a dei termini d’uso che potrebbero non aver mai letto.

E, anzi, che i più accettano quei termini d’uso senza neppure cliccare sul link è circostanza nota a Uber che non può, quindi, poi sfruttare il contenuto del documento linkato per resistere a delle contestazioni di un utente.

All’origine della vicenda un utente non vedente al quale gli autisti di Uber hanno ripetutamente negato il diritto di salire a bordo con il suo cane-guida.

L’uomo ha, quindi, deciso di agire davanti ai giudici per discriminazione ma i Giudici, in primo grado, hanno sostenuto che avrebbe dovuto rivolgersi a un arbitro come previsto nei termini d’uso.

A quel punto i legali dell’uomo hanno contestato la validità della clausola contrattuale con la quale Uber impone il ricorso a un arbitro per la risoluzione delle controversie e, nei giorni scorsi, dopo oltre due anni di causa, è arrivata la Sentenza definitiva dei giudici: quella clausola non vale perché Uber non può provare sia mai stata effettivamente accettata dall’utente.

Una bella decisione che fissa un principio importante.

La “società dell’accetta e continua”, quella in cui viviamo, sta producendo effetti devastanti: accettiamo e dichiariamo di aver letto di tutto senza in realtà leggere nulla, compiamo quotidianamente scelte importanti, rinunciamo a diritti e accettiamo condizioni contrattuali capestro o quasi senza alcuna consapevolezza.

E lo facciamo, spesso, nei confronti di soggetti che sono tecnicamente in grado di verificare che abbiamo accettato senza leggere alcunché.

Così non funziona.

Accettiamo o dichiariamo di aver letto e compreso fiumi di inchiostro digitale senza, in realtà, aver la più pallida idea di quale sia il contenuto che vi scorre.

E questo è inesorabilmente vero per i contratti così come per le informative sulla privacy.

Benvenuta, dunque, alla decisione dei Giudici del Massachusetts che ci ricorda che è la strada sbagliata.