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Ora i bambini fuori dai social per adulti

Le indagini di tutte le Autorità competenti accerteranno se, come sembra, la bambina di dieci anni morta ieri a Palermo impiccata alla cinta di un accappatoio nel bagno di casa sua stesse partecipando a una blackout challenge su Tik Tok.

E, naturalmente, accerteranno anche a chi e in che misura vadano attribuite le responsabilità giuridiche per l’accaduto.

Ma senza attendere la fine di queste indagini c’è una cosa che possiamo e dobbiamo dire oggi e far accadere domani: i bambini devono esser tenuti fuori dai socialnetwork per adulti.

Punto e a capo.

Il problema non è, ovviamente, la tecnologia, non è l’idea di socializzare attraverso un’app e/o il web, confrontarsi con amici lontani e vicini attraverso lo schermo di una smartphone o la cam di un PC, né lasciar correre la fantasia e dar sfogo alla creatività nella dimensione digitale.

Tutto questo appartiene semplicemente ai bambini e agli adolescenti di questa stagione del mondo come alla nostra appartenevano giochi e ritrovi diversi, né migliori, né peggiori, né meno pericolosi, né più pericolosi perché c’è poco che si sperimenti per la prima volta, senza adeguati strumenti cognitivi, che possa definirsi davvero non pericoloso.

Il problema è che c’è social network e social network come c’è gioco e gioco in tutti i grandi parchi dei divertimenti in giro per il mondo e programma televisivo e programma televisivo nella nostra televisione.

Non tutti sono adatti allo stesso pubblico.

E i bambini vanno tenuti fuori da social network disegnati, progettati e gestiti pensando a un pubblico adulto.

Perché, in caso contrario, non c’è cautela che tenga e non c’è modo per scongiurare il rischio che una bambina di dieci anni perda il controllo di un gioco di per sé folle e incontri la morte.

Inutile dire, una volta di più, che questa, quella di tenere i bambini fuori dai social network degli adulti è una responsabilità condivisa: appartiene alla famiglia innanzitutto, alla scuola poi, allo Stato in tutte le sue articolazioni educative, assistenziali e, nei casi più gravi, sanitarie ma anche e soprattutto ai gestori di questi social network che macinano profitti miliardari accettando il rischio che episodi del genere si verifichino.

E, ora, è da qui che dobbiamo ripartire.

La soluzione – ovviamente imperfetta e non a costo zero come tutte le soluzioni di governo dell’universo digitale – si chiama age verification: una bambina di dieci anni non può essere lasciata entrare in un social network che dovrebbe, al massimo, accettare a bordo, per legge, maggiori di quattordici anni e che è dubbio possa lasciare entrare maggiori di tredici anni e il gestore di quel social network ha un obbligo prima etico e morale e poi giuridico di evitare che questo accada adottando, appunto, idonee soluzioni di verifica dell’età perché, naturalmente, il bambino che vuole entrare ci mette un istante a raccontare di avere tredici o quattordici anni anche se ne ha dieci.

I gestori di queste piattaforme dispongono di tecnologia sufficiente se non a evitare alla radice il rischio che un bambino di dieci anni si intrufoli nel proprio giardino privato almeno a rendere remota per davvero questa eventualità.

Non usare e non usare con la stessa determinazione le tecnologie che si utilizzano per imporsi sui mercati globali e per attrarre miliardi di utenti per mettere alla porta chi entrando corre rischi insostenibili non è tollerabile oltre, non è eticamente accettabile, non è giuridicamente difendibile.

Le leggi che ci sono, probabilmente, bastano per imporre a questi soggetti di far rispettare in maniera efficace i limiti di età per l’utilizzo del servizio che loro stessi si sono dati ma se così non fosse, urge vararne di nuove senza perdere neppure un istante.

Originariamente pubblicato qui su L’Espresso.