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Revenge porn, la colpa è anche nostra

Un uomo e una donna stanno insieme, fanno sesso, decidono di riprendersi con uno smartphone.
A loro, in quel momento, piace così.
È un momento di intimità, di complicità, di gioco.
È un momento loro destinato a rimanere loro.
“E qualche volta fai pensieri strani – Con una mano, una mano ti sfiori – Tu sola dentro la stanza – E tutto il mondo fuori”, come canta Vasco Rossi in Albachiara.
Poi qualcosa si rompe.
I due si lasciano e lui decide di condividere quelle immagini con i compagni di calcetto.
Inutile perdere tempo a indagare le ragioni all’origine del gesto.
Sarà stato stupido machismo, sarà stato esibizionismo, sarà stato compiacimento per la propria prestazione sessuale o, magari, per aver ottenuto dalla propria donna una perfomance sessuale davanti a una telecamera.
Non importa.
Ciò che conta è che con quella condivisione lui rompe l’intimità di quell’istante, rende pubblico ciò che era nato per restare privato e, così facendo violenta lei, proprio come avrebbe fatto se l’avesse costretta con la violenza a fare sesso davanti a quella telecamera.
Nessuna attenuante dettata dalla immaterialità del gesto, nessuna giustificazione, nessuna scusa.
Non più, nel 2020, neppure, la sottovalutazione delle conseguenze di quella condivisione.
E’ un gesto mostruoso, disumano, animale analogo a quello di chi usa la violenza fisica per sopraffare una donna a scopo sessuale.
Ma poi accade qualcosa di ancora più mostruoso, ancora più preoccupante, ancora più atroce.
Una donna, questa volta, vede il video sullo smartphone del marito, riconosce nella protagonista femminile la maestra di suo figlio e decide di condividerlo con le mamme dei compagni di scuola di quest’ultimo.
E così, di smartphone in smartphone, il video in questione arriva fino alla direttrice della scuola dove la vittima della violenza lavora.
Ed è a questo punto che la vicenda, questa vicenda, quella che da settimane rimbalza come la storia della “maestra di Torino” – con un’etichetta che minaccia di renderla impersonale, asettica, quasi da rotocalco di gossip – si tinge di tinte ancora più fosche, drammaticamente paradossali.
Perché la scuola, la direttrice, le mamme che fino a un istante prima di guardare quel video – o semplicemente di sentirne parlare – avevano affidato alla vittima di questo stupro digitale i loro figli con serenità e soddisfazione, anziché stringersi attorno a lei in un abbraccio forte, solidale, femminile come c’è da augurarsi avrebbero fatto incontrandola per strada, con i vestiti strappati e i segni di una violenza sulla pelle e sul viso, celebrano un processo morale in suo danno, la condannano, la costringono alle dimissioni perché indegna di prendersi cura dei loro figli.
Il diritto – Statuto dei lavoratori e Codice privacy in testa – suggerisce che la scuola ha fatto carne da macello dei diritti più elementari della maestra perché mai e poi mai avrebbe dovuto processarla per un episodio completamente estraneo alla sua attività lavorativa e men che meno condannarla, nella sostanza, sulla base di convinzioni di tipo morale.
Ma questo è uno di quei casi in cui arrivare a scomodare le regole del diritto significa dichiararsi sconfitti.
Possibile che la nostra società, quella che sta combattendo da mesi una guerra per la sopravvivenza contro la pandemia, quella che progetta un futuro nel quale gli uomini potranno viaggiare da turisti nello spazio, quella che discute dell’etica della robotica e dell’intelligenza artificiale sia così tanto gravemente malata da non saper distinguere la vittima dal carnefice e da non sapere tirare una linea di confine tra ciò che è privato, personale e intimo e ciò che è pubblico?
Possibile che nel 2020 la direttrice di una scuola e delle mamme possano celebrare un processo contro una donna violentata digitalmente dal suo ex solo perché ha scelto di farci sesso davanti a uno smartphone?
Il revenge porn – e, più in generale, ogni forma di violenza digitale a base sessuale – naturalmente è una piaga della società contro la quale combattere senza risparmiarsi neppure un istante ma se miete così tante vittime, in fondo, la colpa è anche un po’ nostra perché se noi imparassimo a non giudicare il prossimo per come vive la propria sessualità a casa propria, nella propria macchina, in una stanza di hotel o in ufficio forse, l’impatto del fenomeno risulterebbe attenuato, smorzato, finalmente, governabile.