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Facebook oversight board: da Corte Suprema di Facebook a Corte Suprema del web?

Ha appena emesso il primo vagito rivedendo cinque delle milioni di decisioni assunte dal sistema di moderazione di Facebook ma già pensa in grande, anzi in grandissimo.

Sto parlando del Facebook Oversight Board.

A sentire la ex Primo Ministro Danese Helle Thorning-Schmidt, ora co-chair del board voluto da Facebook per supervisionare le decisioni assunte nell’ambito del proprio sistema di moderazione dei contenuti, il futuro del comitato è quello di vedere ampliate le proprie competenze alla supervisione delle decisioni assunte anche dai concorrenti di Facebook.

“Altre piattaforme e altre società tecnologiche sono più che benvenute ad aderire” e noi saremo in grado di fornire loro un servizio di supervisione all’altezza grazie all’esperienza che ci stiamo facendo in Facebook ha detto ieri la Thorning-Schmidt intervenendo a una conferenza.

Un proposito che, forse, merita qualche considerazione.

La prima: va bene essere ambiziosi ma il comitato ha appena rivisto le sue prime cinque decisioni ed ha quindi alle spalle un’esperienza enormemente inferiore rispetto a quella di decine di tribunali in giro per il mondo che nel corso degli ultimi anni hanno “rivisto” – peraltro in una dimensione democraticamente almeno più solida – migliaia di casi analoghi in più.

La seconda: il comitato non offre – a dispetto del nome e delle ambizioni dichiarate dalla ex Prima Ministra danese – tecnicamente un servizio di supervisione sulle decisioni sulla moderazione dei contenuti ma si limita a rivedere a campione una percentuale statisticamente irrilevante di decisioni assunte nell’ambito del sistema di moderazione di Facebook assumendo decisioni che, allo stato, non è ancora chiaro se e come possano produrre effetti anche solo in termini di precedente per ispirare altre decisioni future.

E, quindi, in effetti il comitato, allo stato, non è una soluzione al problema ci si trova ad affrontare.

Anzi, sin qui – se si dovesse attribuire un significato statistico alle prime cinque decisioni del comitato – occorrerebbe concludere che la sua attività ha dimostrato che l’attività di Facebook in fatto di moderazione dei contenuti è democraticamente insostenibile visto che in 4 casi su 5, il comitato ha ritenuto che Facebook abbia sbagliato nel rimuovere i contenuti che ha rimosso.

Milioni di contenuti libera espressione del pensiero di milioni di utenti, quindi, sin qui sono stati rimossi dal web mentre avrebbero dovuto restarci, milioni di cerotti digitali appiccicati sulle bocche di altrettante persone privandole del diritto di parola.

Cinque decisioni e qualche mese di vita, appunto, non fanno statistica e non possono significare nulla ma se così non fosse, più che concludere che l’oversight board è pronto a spiccare il volo e a diventare la Corte suprema dei contenuti globali, bisognerebbe forse concludere che l’esperimento è stato utilissimo per capire che il sistema di moderazione dei contenuti oggi utilizzato da Facebook – ma quello degli altri non c’è ragione per ritenere che sia sensibilmente diverso – non funziona e non è in grado di garantire in maniera efficace la libertà di espressione, pietra angolare delle nostre democrazie.

E almeno fino a quando non si capisse se e come fare in modo che le decisioni del board siano capaci di condizionare effettivamente le decisioni dei moderatori di Facebook e degli altri giganti del web un po’ come le decisioni della Corte Suprema orientano – o dovrebbero orientare – quelle dei giudici di merito, sembra davvero troppo presto per proporre di far diventare l’oversight board l’arbitro globale dei contenuti online.

Senza dire che è difficile credere che le nostre democrazie trarrebbero giovamento se la giustizia sulle nostre parole fosse amministrata da un arbitro finanziato dai giganti del web e i cui arbitri sono da questi ultimi selezionati.

Bene l’esercizio di Facebook ma sino a quando resta l’esperimento di una singola impresa che, consapevole di un problema, vuole provare strade diverse per affrontarlo e risolverlo.

Ma semmai qualcuno dovesse diventare un arbitro o un giudice globale della libertà di parola dovrebbe trattarsi di una decisione da assumersi solo ed esclusivamente secondo le regole del diritto internazionale, nella sede delle Nazioni Unite o nell’ambito di qualsiasi altra assemblea nella quale siedano i rappresentanti degli Stati e non delle corporation.

L’esercizio della giustizia, specie quando si parla di diritti fondamentali degli uomini e dei cittadini, non è un’attività che possa essere lasciata al mercato.