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“Neuroverso” – Recensione autopromozionale 😉

Il nostro cervello è nudo, o, almeno, lo sarà presto. Ciò che fino a ieri era fantascienza, oggi è ricerca applicata. Le nostre idee, le emozioni, i pensieri, le opinioni, il contenuto del nostro cervello, incluso l’inconscio, è e sarà sempre più accessibile dall’esterno senza bisogno di interventi chirurgici, cavi o elettrodi. È la rivoluzione delle neuroscienze e delle neurotecnologie che promette cambiamenti antropologici epocali per il genere umano, più di quanto non abbia fatto l’arrivo di Internet.
Provando ad analizzare i cambiamenti in atto sul versante delle neuroscienze e neurotecnologie e a immaginarne l’impatto sulle nostre vite, sui diritti e le libertà, ho scritto “Neuroverso” (Mondadori), un testo in cui ho provato a raccontare storie straordinarie e, secondo me, esemplari della rivoluzione in atto, a riassumere qualche mia riflessione ed a delineare alcune prospettive future.
Nel libro ho cercato di non limitarmi soltanto a descrivere la pur eccezionale portata della rivoluzione tecno-scientifica in corso, ma anche a tracciare il contesto sociale, economico, politico nel quale queste tecnologie si sviluppano, immerse come sono nell’ecosistema digitale e nella società degli algoritmi.
Le neurotecnologie non rimangono infatti ancorate alla ricerca medica e biomedica cui sono state fino ad oggi relegate, ma spaziano sempre più, fino a raggiungere ambiti decisamente extraclinici grazie al proliferare dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi che hanno contributo a consentire di decodificare le attività cerebrali.
Prova ne sia il sorgere del “consumer neuro – technologies”, diretta conseguenza dell’esondazione delle neuroscienze nel campo dei mercati di massa e delle loro molteplici applicazioni commerciali.
Come lo sono le forme, per fortuna ancora embrionali, di giustizia predittiva alla “Minority Report”, il rischio cioè che le nuove forme di neuroscienze e neurotecnologie amplifichino il rischio che qualcuno possa essere privato della sua libertà perché un algoritmo si è reso persuaso della colpa di un individuo sulla base di una “processo alle intenzioni”.
Il libro credo si ponga al crocevia tra neuroscienze, neurotecnologia, società, mercato e democrazia e tenta di proporre, senza pretese di esaustività, interrogativi da affrontare e risolvere per governare al meglio l’immersione dell’umanità nel neuroverso con particolare attenzione alle cose della privacy.
Mi interrogo sull’opportunità di raccogliere l’appello di taluni giuristi e neuroscienziati all’elaborazione e istituzionalizzazione di nuovi “neurodiritti”, o, piuttosto, di “aggiornare” i diritti che già abbiamo per evitarne un’inflazione.