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Editoria: notizie a pagamento e poi?

Luca De Biase è riuscito, in un periodo peraltro difficile, ad animare anche in Italia un dibattito che all’estero sta catturando l’interesse degli addetti ai lavori in maniera crescente di settimana in settimana.

E’ un confronto interessante e stimolante al quale dal primo momento non sono sttato capace di sotttrarmi: le informazioni on-line. domani, saranno davvero rese disponibili da tutti i principali editori a pagamento?

Ho già confessato di non avere competenze per pronunciarmi sulla sostenibilità economica del modello che si sta ipotizzando né sulla propensiione dei consumatori/utenti all’acquisto delle news in un “infosistema” in cui appare diffficile prevedere l’estinzione di ogni canale di informazione gratuito o quasi gratuito.

Vorrei, quindi, in attesa che gli editori rendano note le conclusioni cui giungeranno circa le proprie scelte future provare, per un istante, ad andare oltre ed ipotizzzare che la scelta finale sia rappresentata da un bel si tondo tondo all’idea delle news a pagamento in una delle due forme ipotizzzabili: abbonamento o payperinformation (un microcorrispettivo per ogni news o gruppo news).

E’ evidente che per questa via si trasformerebbe l’informazione - e come ha puntualmente chiarito Luca, per la prima volta, non il supporto - in un contenuto digitale sostanzialmente analogo ad un brano musicale o, piuttosto, ad un film.

Se questo è lo scenario, tuttavia, è difficile non chiedersi perché le informazioni in digitale dovrebbero rimanere sottratte a quel fenomeno di c.d. “pirateria” che a sentire l’industria musicale e quella cinematografica che ci sono già passate ha svuottato le loro tasche.

[Noto ora che luca proprio qualche minuto fa ha rilanciato, benché sotto altro profilo, un monito a guardare all'industria musicale]

La tecnologia sin qui si è dimostrata incapace di garantire alle major dell’audiovisivo - in relazione, peraltro, a beni dotati di un più alto valore unitario - che i propri contenuti fossero accessibili via web solo da parte dei legittimi “acquirenti” e gli strumenti di enforcement posti a disposizione dell’industria da un legislatore pure straordinariamente generoso e, per una volta, tempestivo non hanno consentito di pervenire a migliori risultati.

Perché le cose nel mondo dell’informazione in digitale dovrebbero andare diversamente?

Le associazioni di categoria degli editori sono anni che lamentano - più o meno al pari dei propri colleghi dell’industria audiovisiva - di essere in gionocchio per colpa della pirateria on-line.

E’ questo un profilo sul quale prima di rivoluzionare il proprio modello di business e di produrre inesorabilmente cosneguenze importanti sull’attuale infosistema anche in termini - come ho già ipotizzato - di libertà e qualità dell’informazione credo sarebbe opportuno che gli editori si fermassero a riflettere.

Una notizia a pagamento non è molto diversa da un file MP3 contenente un brano musicale fatta eccezione per il fatto che, forse, il suo appeal - peraltro solo se singolarmente considerata - si consuma in un intervallo di tempo assai più ridotto ed ormai prossimo al c.d. tempo reale.

D’altro canto il valore unitario delle informazioni sarà sempre enormemente più basso di quello dei contenuti audiovisivi (l’abbonamento mensile a Le monde online costa più o meno quanto il download di un film) con la conseguenza che gli editori difficilmente potranno trovare economicamente sostenibile il ricorso agli strumenti di enforcement giudiziario attualmente disponibile contro uno o più lettori pirati…

E’ per questo che credo valga la pena fare una riflessione sul “poi”, prima e non dopo.

2 Comments on “Editoria: notizie a pagamento e poi?”

  1. #1 Alfonso Maruccia
    on Ago 20th, 2009 at 1:28 pm

    Questione vecchia, atavica direi, da cui se ne esce solo e soltanto (ripeto, solo e soltanto) abbracciando entusiasticamente l’idea che in rete tutto circola, tutto è disponibile. E tutto è gratis connessione a parte. Fine della storia.

    Hanno voluto la società dell’informazione? Ora se la tengono così com’è. L’industria dei contenuti ha perso il primo, fondamentale treno di Napster, ora non può che arrendersi all’idea sua sostanziale irrilevanza o al fatto di contare come un due di picche nei grandi numeri dei download “a scrocco” sul P2P e altrove. O sparire per sempre.

    Io non vedo alternative: la condivisione non è pirateria, è un nuovo sistema. E il vecchio prima o poi sparirà per sempre che lo voglia o meno. Sopravvivere significa adattarsi al nuovo, e il nuovo è la condivisione gratuita, non bestialità (concepite da menti mediocri per servire interessi mediocri e senza valore se non quello del mero profitto) come i micropagamenti, le DRM e tutto il resto.

  2. #2 Marco F.
    on Ago 20th, 2009 at 6:17 pm

    Tale “scenario peggiore possibile” - per molti
    utenti, ma come scrive Luca De Biase in “Organizzazione giornalistica 2.0″ fors’anche per molti giornalisti, “Se tutti gli editori volessero impedire la condivisione gratuita delle informazioni prodotte dai loro giornali, di fatto impoverirebbero l’ecosistema dell’informazione dal quale i loro stessi giornalisti attingono per migliorare il loro lavoro. Ne risulterebbe un peggioramento della qualità o un aumento dei costi,” mi fa riflettere - anche ingenuamente - su due punti.

    Primo, come saprete c’è già un quotidiano che a partire da settembre verrà venduto sia online che in forma cartacea, ed è il Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio. Per ipotesi, qualora un mio amico si abbonasse alla versione Pdf che sarà “scaricabile” online dalla mezzanotte della sera prima al costo di circa 100 euro l’anno (l’abbonamento al cartaceo costa circa il doppio) non vedo come si possa impedire che - se non una semplice copia - tale amico “me lo giri” con un clic dopo averlo letto (ma immagino pure che si riuscirebbe a “crackare” e a mettere online). D’accordo, il giornale è definito dagli stessi aurori anche “eccentrico” rispetto agli altri, e adottare la scelta del Pdf per l’online imho sembra particolarmente infelice quantomeno per proteggersi dalla tentazioni della c.d. pirateria. Però l’esperimento è interessante dato che i responsabili hanno scelto di rinunciare ai finanziamenti pubblici per poter scrivere in libertà ed è solo grazie agli abbonati che questo giornale si farà (forse questa secondo i fondatori una leva di protezione morale, ma non tecnica). In questo caso, che possiamo considerare un’eccezione emergente e se vogliamo “di nicchia” nel panorama dell’informazione in Italia (non sto affatto esprimendo un giudizio), non già una notizia ma l’intera edizione del giorno è almeno teoricamente assimilabile a un file MP3 o a un film in digitale, con annessi i rischi di riproduzione illegale.

    Secondo, ammesso (e non concesso) che i quotidiani online trovino pure una forma relativamente efficace di protezione “tecnica” dei loro contenuti dalla “pirateria di massa” (non sono un tecnico), e se in un relativamente breve lasso di tempo già solo una testata decidesse di tornare (almeno parzialmente) free? (penso a un modello “freemium” dopo magari aver perso metà dei lettori e non ricavando abbastanza dalla vendita delle news per sostenersi, sia per il peggioramento della qualità sia per l’aumento dei costi). Sarebbe una mossa pure strategica perché è facile prevedere come gli utenti potrebbero spostarsi verso tale fonte, che dovrebbe essere un minimo autorevole (i.e., conosciuta), e che potrebbe in qualche modo imporsi, almeno tra chi ha poche alternative (perché se è vero che l’abbonamento mensile a Le monde online costa più o meno quanto il download di un film, è anche vero che per avere una visione oggettiva delle news imho bisogna consultare varie fonti). E allora o ci potrebbe essere una sorta di posizione dominante da parte di una testata (in una sorta di “oligopolio” ibrido, dove altre fonti rimangono a pagamento), o altri giornali potrebbero decidere di fare concorrenza a questa testata per tornare almeno parzialmente sui loro passi (non sono particolarmente informato e mene scuso, quindi non me la sento di fare esempi, ma non penso che passare dal “free” al “fee” per il “freemium” sia assurdo se si guarda ad esempio agli Usa dove si speriamenta anche molto).

    Quindi personalmente sono d’accordo con il punto di vista ancora una volta originale di Guido Scorza: già solo per la vulnerabilità anche delle news online alla c.d. pirateria credo anch’io valga la pena che si faccia una riflessione sul “poi”, prima e non dopo, anche perchè - con tutti i limiti del mio commento - imho un cosiddetto “cartello” potrebbe non durare poi molto, per ragioni economiche e/o di “opportunità”.

    Grazie, e mi scuso molto per essermi dilungato. :-)

    Marco

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