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Governare il futuro – Combattere il cyberflashing è una questione di civiltà

Si chiama cyberflashing ed è un fenomeno del quale si parla poco ma straordinariamente diffuso e che miete, silenziosamente, vittime su vittime al femminile.

Consiste nell’invio non sollecitato a una donna di immagini a contenuto esplicito normalmente attraverso la funzione airdrop dei telefonini o le app di messaggistica.

I dati dell’ultima ricerca inglese, pre-pandemia, dicono che, più o meno, una donna su due ne è stata vittima.

Tenuto conto che la pandemia ha reso tutto e tutti più digitali nel bene e nel male è ragionevole supporre che oggi le cose non vadano meglio ma, anzi, che la platea delle vittime e degli aggressori sia aumentata esponenzialmente.

La scusa per parlarne la offre una campagna appena lanciata, in Inghilterra e Galles, da Bumble un’app di incontri che chiede di far diventare il cyberflashing reato giacché, in Gran Bretagna, ancora non lo è.

In Italia sembra ragionevole ritenere che il cyberflashing, in realtà, sia una forma di molestia che già costituisce reato.

Ma, forse, il punto non è questo.

Perché sappiamo tutti che la circostanza che una condotta sia vietata o, addirittura, costituisca reato, purtroppo, specie al crocevia tra sesso e digitale, non vale a garantirne l’estinzione.

In poche denunciano e, ancora meno, tra gli aggressori, vengono condannati perché, spesso, non è facile raccogliere le prove necessarie.

Senza dire che davanti a fenomeni tanto diffusi, inesorabilmente, la battaglia è ad armi impari.

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