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L’innovazione buona: stampare in 3D protesi e farlo a scuola

C’è un liceo negli Stati Uniti, per l’esattezza in Georgia dove dei ragazzini di 17 anni stampano protesi in 3D per restituire, a chi l’ha perso o non lo ha mai avuto, l’uso di una mano, di un braccio o di un dito.

E lo fanno gratis.

L’innovazione, tutta, è neutra rispetto alle cose della vita e del mondo.

Può essere usata a fin di bene o, al contrario, per perseguire obiettivi malevoli.

Questa storia sembra uscita dal più classico dei cine-panettoni natalizi e racconta indiscutibilmente il volto buono dell’innovazione.

Ci sono degli studenti di un liceo in Georgia che, nei giorni scorsi, hanno fatto a un loro coetaneo il regolo più bello che quest’ultimo potesse sperare: una protesi per il suo braccio che gli ha consentito, per la prima volta nella sua vita, di aiutare la mamma e il papà a applicare le luci di Natale e, naturalmente, di fare dozzine di altre cose.

La protesi è stata prodotta grazie a una stampante 3D dai giovani scienziati diciasettenni della Sequoia High School su misura per le esigenze del ragazzino cui era destinata e sulla base di un progetto che gli stessi scienziati in erba hanno poi rilasciato in open source e, quindi, in modalità tale da poter essere utilizzato da chiunque previa personalizzazione di una serie di parametri che consentono di personalizzare le protesi sulla base delle esigenze specifiche di chi ne ha bisogno.

Sorrisi, emozioni, esperienze che in molti, probabilmente, pensavano non avrebbero mai potuto fare nella vita regalate gratuitamente grazie a tanta tanta competenza, un po’ di buona volontà e una spruzzata di innovazione tecnologica.

Un win win nel quale gli studenti imparano aiutando chi ne ha bisogno.

Una storia che ricorda quella tutta italiana, di Cristian Fracassi, l’ingegnere italiano che, in piena pandemia, constatato che una valvola per respiratori necessari per i malati di Covid era diventata introvabile sul mercato e che un ospedale di Brescia l’aveva esaurita, ha deciso di stamparne cento esemplari in 3D in sole 24 ore, regalandole poi all’ospedale in attesa che i produttori tornassero in grado di produrne.

Tecnologia e innovazione, oggi, consentirebbero di rendere storie come queste quotidiane.

Ma, perché accada davvero, non basta la tecnologia.

Serve investire senza riserve nella cultura dell’innovazione, serve investire denaro nell’innovazione tecnologica e serve soprattutto che le regole si schierino dalla parte della ricerca, della sperimentazione, dell’apertura dei mercati.

Troppo spesso non è così dappertutto ma in Italia e in Europa, capita, purtroppo, ancora più spesso che altrove.