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Ora, negli USA, le istituzioni chiedono a Facebook di bloccare la pubblicità di prodotti militari

Non pubblicare – almeno fino al giorno dell’insediamento di Biden – pubblicità di divise e accessori militari.

E’ questa la richiesta che tre senatori e quattro procuratori generali americani hanno rivolto a Facebook nelle scorse ore.

Trump sì, la pubblicità degli accessori militari no.

Il problema quando si imbocca una strada sbagliata è questo: le cose poi diventano sempre più difficili e i bivi si moltiplicano.

Dopo che nei giorni scorsi Facebook aveva sbattuto fuori dal social network nientepopodimeno che il Presidente in carica degli Stati Uniti d’America Donald Trump a difesa – come aveva detto il CEO Mark Zuckerberg – della democrazia, ora gli viene chiesto di fare altrettanto, sempre a difesa della democrazia, con la pubblicità di un lungo, lunghissimo elenco di accessori militari: da tute mimetiche, a giubbetti antiproiettile, passando per torce d’assalto e ogni altro genere di analogo prodotto.

E questa volta la richiesta arriva direttamente da Senatori e procuratori americani, dal cuore delle Istutuzioni insomma.

La motivazione è la stessa: con questa pubblicità Facebook potrebbe supportare, più o meno consapevolmente, nuovi attacchi come quello al Congresso dei giorni scorsi, questa volta, magari, in occasione della cerimonia di insediamento di Biden.

Fin qui da Menlo Park, quartiere generale del gigante dei social, nessuna presa di posizione sulla ufficiale.

Facebook blocca già da tempo, va detto, la pubblicità delle armi ma non anche quella degli accessori militari.

E’ giusto così? Dovrebbe fare di più? Introdurre – come ore le chiedono Senatori e procuratori – una nuova policy che vieti anche la pubblicità di questo genere di prodotti? Una mimetica da caccia sì e una mimetica da soldato no? Come dovrebbe funzionare?

E poi uno dei tanti veri paradossi di questa storia tutta paradossale che dobbiamo provare a buttarci alle spalle il prima possibile: legislatori e uomini di legge che chiedono a un social network di modificare le proprie regole contrattuali e vietare alcune condotte anziché – se le ritengono davvero pericolose per la democrazia – vietarle per legge e far poi rispettare il divieto.

Come se Parlamento o Governo chiedessero alla società autostrade di imporre un limite di velocità per contratto anziché stabilirlo nel codice della strada e farlo poi rispettare dalla polizia stradale.

La strada è davvero quella sbagliata e, forse senza accorgercene, stiamo legittimando sempre di più le super potenze del web a comportarsi da autentici Stati.