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Facebook, ecco le prime cinque decisioni della sua “Corte Suprema”

Dopo tanto clamore, le prime cinque decisioni dei venti giudici del Comitato indipendente incaricato da Facebook di rivedere le proprie scelte in fatto di moderazione dei contenuti sono arrivate.

Ha fatto discutere e tanto la decisione di Facebook di istituire un board di 20 esperti provenienti da tutto il mondo e da settori disciplinari diversi per rivedere, necessariamente a campione, le proprie scelte a proposito della rimozione dei contenuti.

Una decisione che, probabilmente, sin qui ha raccolto più critiche che plausi ma che, in ogni caso, unica nel suo genere nel panorama delle altre grandi piattaforme, sembra ispirata a un obiettivo apprezzabile: migliorare la qualità del processo di moderazione dei contenuti e garantire più diritti e libertà nel giardino privato del più famoso social network di tutti i tempi.

L’altro ieri sono arrivate le prime cinque decisioni di quella che è già stata battezzata la Corte Suprema di Facebook.

In termini calcistici diremmo che i moderatori di Facebook hanno perso uno a quattro visto che, per ben quattro volte su cinque, secondo i venti componenti del comitato, Facebook ha sbagliato a rimuovere i contenuti.

Ma giacché non parliamo di calcio ma di idee, opinioni, immagini, posizioni assunte da attivisti e privati cittadini talvolta nei confronti dei loro Governi, c’è poco da scherzare e provare a riassumere tutto in una metafora calcistica e bisogna, invece, fare qualche riflessione scongiurando il rischio di ogni ambiguità.

La prima è che è davvero troppo presto per esprimere ogni valutazione degna di questo nome sul lavoro del Comitato.

Cinque casi sulle decine di milioni di interventi di moderazione eseguiti ogni anno da Facebook non dicono oggettivamente nulla né su come lavora o lavorerà la Corte Suprema del Socialnetwork, né su come lavora Facebook.

La seconda è che, per quel che poco che vale, sin qui il Comitato si è almeno dimostrato capace di una reale indipendenza avendo, appunto, nella quasi totalità dei casi ribaltato la prima valutazione di Facebook.

La terza è che nella più parte dei casi la fretta sembra essere stata cattiva consigliera dei moderatori di Facebook perché i componenti del board andando dietro la prima impressione e approfondendo hanno quasi sempre ritenuto che, in effetti, quelli che apparivano casi di ricorso a parole d’odio o di violazione delle policy erano tollerabili forme di libera manifestazione del pensiero.

La quarta è che se, a dispetto della premessa e della statistica si azzardasse una proiezione statistica delle prime cinque decisioni si arriverebbe alla conclusione che Facebook rimuove ogni anno milioni e milioni di contenuti che, al contrario, meriterebbero di restare online e che, dunque, qualcosa non funziona in termini di tutela globale della libertà di manifestazione del pensiero.

La quinta e ultima, a guardare all’esecuzione prossima ventura delle decisioni del board, è che, nella più parte dei casi, la ripubblicazione, oggi, a distanza di mesi da quella originaria, dei contenuti in questione è inutile perché il dibattito pubblico che quei contenuti animavano, frattanto, è già passato, scivolato via, superato dal tempo con la conseguenza che quando Facebook ha sbagliato a rimuovere, come oggi dicono i suoi arbitri, ha messo un cerotto sulla bocca di uno dei suoi utenti e ha privato tutti noi dell’opportunità di confrontarci con un fatto, un pensiero o un’immagine che, magari, ci avrebbero indotto a guardare a un problema, a una questione a un’idea in maniera diversa.

Ma, appunto, non siamo ancora neppure all’inizio e, personalmente, pur restando assolutamente scettico sull’iniziativa, sospendo ogni giudizio.