Salta al contenuto

Parola d’ordine: difendere le donne dalla violenza digitale

Il revenge porn come, ormai, abbiamo imparato a definire la pratica barbara di rendere pubblico online un video a contenuto esplicito senza il consenso della sua protagonista – protagonista al femminile perché normalmente è una donna – miete ogni anno, in un modo o nell’altro, distruggendo vite o, nei casi più gravi, spingendo donne al suicidio, decine di migliaia di vittime in tutto il mondo.

Dal prossimo 8 marzo, il Garante per la protezione dei dati personali, farà un nuovo piccolo passo dalla parte delle vittime di questa forma di violenza che va fermata a ogni costo.

Funzionerà così.

Se una persona – che il più delle volte sarà una donna anche se esistono anche casi al maschile – teme che qualcuno stia per condividere, per ora solo su Facebook o Instagram, senza il suo consenso, una foto o un video, di contenuto esplicito, che la ritrae potrà inoltrare una segnalazione al Garante attraverso un apposito modulo reso disponibile sul sito istituzionale dell’Autorità.

A quel punto l’Autorità farà una valutazione sommaria e preliminare sull’apparente fondatezza della segnalazione ovvero sul rischio che immagini contenenti dati personali e/o particolari di una persona siano diffusi al pubblico senza il suo consenso e fornirà alla persona in questione la possibilità di procedere, in assoluta autonomia, al caricamento della foto o del video sui server di Facebook perché quest’ultima, verificata a sua volta l’aderenza del contenuto segnalato al programma pilota di contrasto al revenge porn, possa convertire il video in un’impronta univoca inintellegibile all’uomo e usarla poi per impedire a chicchessia il caricamento del video in questione sulle sue piattaforme Facebook e Instagram.

Non è una prima assoluta perché, nel mondo, esistono già altri soggetti che utilizzano questa soluzione e perché, in Italia, nell’ultimo anno, la stessa attività è già stata svolta da Permesso Negato un’associazione non profit e non si tratta, purtroppo, della soluzione a un problema epocale che rientra, ormai anche dal punto di vista delle regole, a pieno titolo tra i casi più odiosi e intollerabili di violenza sulle donne ma è un primo passo, forse, nella direzione giusta.

Il diritto alla privacy può e deve tutelare sempre di più la persona nell’esercizio di tutte le proprie libertà inclusa, eventualmente, quella sessuale e una donna – così come un uomo – deve poter essere libera di scegliere di essere protagonista di uno scatto o di un video a contenuto sessuale nell’ambito di una relazione di qualsiasi natura potendo contare sulla non diffusione al pubblico di quello scatto o quel video.

Il diritto alla privacy può e deve essere uno scudo naturale anche nei confronti di chi voglia – per qualsiasi ragione – violare questa scelta di riservatezza e rendere pubblico ciò che è nato per essere privato.

Ora, naturalmente, l’auspicio è non solo e non tanto che a Facebook e Instagram, in questo programma, si affianchino i gestori di altre analoghe piattaforme che si prestano a diventare teatro di violenze digitali a sfondo sessuale ma anche e soprattutto che si possa rapidamente passare da una dinamica nella quale questo genere di soluzioni sono il frutto di una collaborazione tra Autorità e soggetti privati a un contesto nel quale questa forma di intervento cautelare preventivo, non nei confronti esclusivamente di questa o quella piattaforma ma nei confronti di tutte le piattaforme possa rappresentare una risposta che trovi la sua base in una specifica norma di legge alla quale nessuno possa sottrarsi.