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Quando la tecnologia diventa strumento di violenza domestica

Secondo Refuge un’organizzazione inglese specializzata nel contrasto alla violenza domestica, nel 2019 nel 95% degli abusi denunciatile la tecnologia è stata strumento di violenza.

E questa percentuale è aumentata nei mesi della pandemia e del lockdown.

La pandemia, infatti, ha moltiplicato le occasioni che consentono a partner violenti di accedere agli smartphone, ai tablet e ai PC delle loro vittime per installarci tecnologie di sorveglianza che consentano loro di monitorare, sorvegliare, spiare minuto per minuto la vita di mogli, fidanzate, compagne.

Secondo Avast, società produttrice di uno degli antivirus più diffusi al mondo, dopo appena un mese di pandemia, il numero dei download di app-spia era aumentato del 51% e Malwarebytes, un’altra società di sicurezza informatica, suggerisce che da Gennaio la percentuale di download di questo genere di app è aumentata del 780%.

Nel mondo ci si spia di più insomma rispetto a quanto non accadesse prima della pandemia e ci si spia di più nella dinamica domestica, casalinga, amatoriale.

Ed è ovvio che il crescente ricorso a queste app-spia renda enormemente più vulnerabili le vittime che si ritrovano digitalmente perseguitate dai loro aguzzini in ogni istante della loro giornata, private di ogni diritto alla privacy, al segreto, all’intimità, impossibilitate, più di sempre, a confrontarsi, confidarsi, chiedere aiuto.

E, come è naturale che sia quando si è ossessionati dalla paura di essere traditi, lasciati, abbandonati, quando si supera la soglia dell’umanità e si accetta l’idea che la violenza sia una forma di linguaggio sostenibile in una relazione, sapere di più, così tanto di più, della propria moglie, fidanzata o compagna fa montare a dismisura i dubbi, i sospetti e le paure e fa crescere, come raccontano i numeri, il ricorso alla violenza.

Due tra le tante possibili considerazioni utili, forse, per schierarsi senza esitazioni dalla parte delle donne vittima di violenza domestica anche per colpa della tecnologia.

La prima è di carattere culturale.

Gabriel Garcia Marquez diceva che tutti abbiamo tre vite una pubblica, una privata e una segreta e, naturalmente, aveva ragione.

E si tratta di una condizione naturale di vita dell’uomo anzi di una condizione essenziale alla vita dell’uomo.

Ciascuno, naturalmente, sceglie – e ha il diritto di scegliere – quali frammenti della sua esistenza inserire in ciascuna delle tre dimensioni ma ciascuno ha diritto a fare questa scelta e che questa scelta sia inviolabile.

E’ un po’ l’essenza più autentica della privacy.

Ed è così, deve essere così, anche nella dimensione domestica, nella vita di coppia, in famiglia.

E’ fondamentale, quindi, non cedere alla tentazione e questo vale, soprattutto, per le donne vittima di violenza, di ritenere che rinunciare a questa tripartizione della nostra esistenza possa davvero rappresentare una prova d’amore, una dimostrazione della solidità di una relazione.

Nessuno, specie mentre professa amore, dovrebbe mai chiederci di rinunciare a scegliere cosa considerare pubblico, cosa privato e cosa segreto rispetto alla nostra esistenza.

La seconda riguarda i produttori e distributori delle app-spia destinate a un uso domestico.

Dobbiamo accendere un faro, anzi un autentico riflettore su questo mercato perché non è accettabile oltre che autentici strumenti di violazione sistematica della privacy delle persone, per di più destinati in una percentuale importante di casi a divenire autentiche armi di violenza domestica siano distribuiti con tanta leggerezza e, in molti casi, pubblicizzati ipocritamente come strumenti di controllo dei bambini nella perfetta consapevolezza che verranno poi utilizzati a altri scopi.

Troppo facile, in casi, come questi, farsi scudo della neutralità tecnologica e dire che non si è a conoscenza di come il proprio software verrà utilizzato.