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CommonPass, un passaporto digitale per tornare alla normalità. Ma occhio ai diritti.

I vaccini sono arrivati o, almeno, stanno arrivando in Italia, in Europa e nel resto del mondo.

E sarà perché siamo al 31 dicembre ma ci fanno sperare che la normalità sia vicina.

Per dar forma a questa speranza, in giro per il mondo, si moltiplicano le app che promettono di chiudere nello smartphone la prova della circostanza che ci siamo vaccinati o che abbiamo fatto con successo un test.

Tecnologicamente sono buone idee ma attenzione ai diritti.

Una delle più promettenti app del momento in questo settore si chiama CommonPass è l’ha sviluppata Thecommonproject un trust non profit svizzero che ha messo attorno allo stesso tavolo alcune tra le menti più brillanti nell’universo delle nuove tecnologie con un obiettivo straordinario e prezioso: mettere la tecnologia al servizio del mondo per rendere i benefici che può produrre patrimonio comune dell’umanità.

L’app in questione non delude le attese ed è straordinariamente semplice da usare, ha un’interfaccia che fa impallidire le migliori app commerciali e promette – e c’è da crederci – di essere ultra rispettosa, nei profili tecnici, della privacy degli utenti.

L’idea che sta alla sua base è semplicissima: tradurre l’informazione sullo stato vaccinale dell’utente in un QR-code e renderla leggibile attraverso un comune lettore a infrarossi proprio come accade per qualsiasi codice a barre o per i QR-code già presenti sulle carte d’imbarco delle compagnie aeree.

Il caso d’uso sotteso alla progettazione, allo sviluppo ed alla diffusione dell’app è altrettanto semplice: a mano mano che i vaccini si diffondono potrebbe essere necessario distinguere chi è vaccinato da chi non è vaccinato per garantire ai primi la fruizione a taluni servizi o l’accesso a taluni locali.

Ed è qui che la questione da semplice si fa complicata.

Ci sono tanti possibili approcci al problema: quello politico, quello costituzionale, quello etico o quello di protezione dei dati personali.

Qui, per ora, mi limito a poche considerazioni sintetiche che forse meritano di essere approfondite, su quest’ultimo profilo, considerazioni che, naturalmente, non riguardano solo CommonPass ma tutti i passaporti vaccinali digitali e non dei quali si discute.

Per l’approccio costituzionale rimando a un bell’articolo pubblicato oggi su il Dubbio dalla mia collega Ginevra Cerrina Feroni.

Lo stato vaccinale è, naturalmente, un dato particolare, uno di quelli che una volta si chiamavano dati sensibili.

La prima conseguenza che mi pare opportuno tenere a mente è, dunque, che perché questi passaporti possano essere usati per distinguere tra chi ha accesso e chi non ha accesso a un luogo – pubblico ovviamente – o a un servizio serve una legge perché il fornitore del servizio non potrebbe, diversamente, trattare i dati particolari dei suoi utenti.

Certo, in astratto, potrebbe chiedere loro il consenso ma non potrebbe poi vietare a chi non prestasse il consenso che, per sua natura deve essere libero, di salire su un aereo, tanto per fare un esempio perché altrimenti quel consenso cesserebbe di essere libero.

La seconda conseguenza è che la legge in questione, che evidentemente dovrebbe rispettare la disciplina europea in materia di dati personali, potrebbe imporre ai fornitori di servizi di fornire il servizio solo agli utenti vaccinati solo se il trattamento di dati personali sotteso a quest’obbligo fosse proporzionato alla finalità perseguita.

E mentre questo sembra semplice se un Paese optasse per un regime di vaccini obbligatori, per un Paese che optasse per un regime di vaccini facoltativi, dimostrare questa esigenza potrebbe essere più complicato: come giustificare un trattamento di dati che produce un pregiudizio per un cittadino che, pure, ha semplicemente esercitato una libertà a lui riconosciuta dalla legge, scegliendo di non vaccinarsi?

Ovviamente stiamo parlando di una legge che prevedesse un generale divieto di accesso o fruizione di servizi ai cittadini non vaccinati e non a di una legge che imponesse un obbligo di vaccino selettivo per talune ipotesi limitate e poi lo presidiasse con un divieto di accesso o fruizione del servizio per chi essendovi tenuto non si fosse vaccinato.

Ma dettagli tecnici a parte, il punto, a me pare che sia che per tante diverse ragioni il mondo non è pronto a essere diviso tra cittadini vaccinati e cittadini non vaccinati e a veder riconosciuto ai primi l’esercizio di diritti e libertà negati ai secondi.

E non lo sarà almeno fino a quando, a tutti, ma davvero a tutti, non verrà riconosciuto almeno il diritto alla vaccinazione.

Il giorno dopo i problemi non saranno tutti risolti ma l’idea potrebbe essere riconsiderata. Ma quel giorno, purtroppo, è ancora lontano.

Che ne pensate? Un tema decisamente scottante con il quale chiudere l’anno e aprire il prossimo.