Salta al contenuto

E ora chiunque può usare un sistema di riconoscimento facciale

Basta caricare l’immagine di una persona qualsiasi online e gratis, aspettare qualche istante e, come per incantesimo, il servizio ci restituisce decine, centinaia o migliaia di altre immagini nelle quali quella persona è ritratta.

Ci siamo il riconoscimento facciale è ormai una soluzione di massa e dobbiamo farci i conti.

In passato ho fatto il nome e, forse, pubblicato anche il link al servizio online polacco che permette tutto questo ma, oggi, preferisco non farlo perché il rischio di innescare curiosità, voglia di provare e emulazione è troppo alto e non vale la pena correrlo visto che aggiungerebbe poco al messaggio che è importante condividere.

La storia che ha, di nuovo, portato alla ribalta il servizio è legata all’ormai celeberrimo attacco a Capitol Hill.

Nei social americani, infatti, sembra ormai essere in voga un nuovo e-sport nazionale.

Si tratta di prendere un frammento di immagine che ritrae il volto di uno degli assalitori del Campidoglio da uno delle migliaia di video pubblicati anche su YouTube e darlo in pasto al software in questione semplicemente collegandosi al sito attraverso il quale è reso disponibile e caricando l’immagine con la stessa facilità con la quale la caricheremmo su un qualsiasi social network.

Pochi istanti dopo il servizio, come se fosse il più efficiente investigatore privato al mondo, propone un elenco di foto della stessa persona – anche se ancora con un margine di errore significativo e un certo numero di falsi positivi – e di link ai siti o ai social che le pubblicano, consentendo, nella sostanza, a chiunque di identificare chiunque altro, online e nella dimensione fisica.

Una delle tante storie di queste ore vale a spiegare cosa sta accadendo e cosa potrebbe accadere più di migliaia di battute.

Un cittadino americano è rimasto colpito da un episodio dell’assalto al Campidoglio nel quale uno dei rivoltosi aggrediva una donna e ha deciso si “dargli la caccia” online usando il software in questione.

Pochi istanti dopo ha trovato la foto dell’assalitore in questione sul sito di una concessionaria Toyota di Los Angeles nell’elenco fotografico dei dipendenti.

Ha, quindi, pubblicato il risultato della sua ricerca su Twitter e chiesto alla Toyota e alla concessionaria in questione se ritenessero normale impiegare un personaggio del genere.

La risposta non si è fatta attendere ed è arrivata via Twitter: no non è normale e lo abbiamo licenziato non avendo neppure negato di essere lui nel video in questione, ha twittato il gestore della concessionaria.

Siamo davvero pronti a questo?

La società che fornisce il servizio, ovviamente, sostiene che si tratti di una tecnologia utilissima che consente a chiunque di tutelare efficacemente la propria immagine e la propria privacy senza attendere che lo facciano le forze dell’ordine o la giustizia e senza doversi sobbarcare esosissimi investigatori privati.

Ma poi non fa nulla, per esempio, per sincerarsi che ognuno utilizzi il software in questione solo per verificare chi e dove abbia pubblicato la propria immagine.

Chiunque può caricare la foto di chiunque altro e scoprire ogni genere di particolare sulla sua vita anche in considerazione del fatto che gli algoritmi in questione sono in grado di associare un volto a un altro volto a prescindere da quanto tempo sia passato tra due foto o quanto una persona sia cambiata.

Ecco il punto, a prescindere dal nome e cognome del servizio in questione – non il primo né il solo in circolazione – è questo: siamo pronti perché il riconoscimento facciale il cui uso, probabilmente, andrebbe sospeso, almeno salvo pochissime eccezioni, anche da parte delle forze dell’ordine diventi addirittura una tecnologia di massa?