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I dati più intimi nella vita di una donna condivisi con il mondo

Si chiama Flo è un’app utilizzata da oltre 100 milioni di donne in giro per il mondo per calcolare i periodi di ciclo e quelli di fertilità e secondo la Federal Trade Commission è venuta meno all’obbligo di riservatezza assunto nei confronti delle sue utenti.

Aveva promesso di non condividere i dati delle sue utenti con terzi ma lo ha fatto ed è accaduto così che i dati relativi ai periodi fi fertilità e non fertilità di decine di milioni di donne così come la loro eventuale gravidanza sono stati condivisi con una serie di aziende terze tra le quali, addirittura, Facebook e Google.

È la sintesi della storia che rimbalza dagli Stati Uniti dove la società che gestisce l’app ha appena raggiunto un accordo con la Federal Trade Commission che, appunto, le ha contestato questa enorme e gravissima violazione di massa della privacy.

E, naturalmente, una volta finiti nel tritadati dei giganti del web i dati in questione sono certamente stati utilizzati per finalità commerciali e di marketing ovvero per l’elaborazione di profili straordinariamente raffinati delle utenti ignare di tutto.

Inutile dire che i dati dei quali si parla, specie quando nelle mani di soggetti che sanno già così tanto su ciascuno di noi, hanno aperto lo scrigno dei segreti più intimi delle utenti coinvolte.

Ora la società oltre, ovviamente, a cessare ogni ulteriore condivisione dei dati dovrà chiarire alle sue utenti come e in che termini la condivisione è avvenuta e con chi.

Ma, naturalmente, è tardi e c’è poco o niente che si possa fare per rimediare davvero a quanto accaduto.

La storia, certamente non l’unica e non la prima, impone una riflessione sui rischi enormi, forse insostenibili, che si corrono quando si affidano dati tanto sensibili a fornitori privati di servizi innegabilmente capaci di semplificarci enormemente la vita e esserci utili ma al tempo stesso in condizione di sgretolare completamente il muro della nostra intimità.

Che fare per difendersi?

La disciplina europea sulla privacy, il GDPR, offre certamente una tutela rafforzata a tutti noi, ad oggi, probabilmente, la migliore esistente al mondo, ma le regole da sole non bastano mai e non bastano neppure quando si parla di privacy.

Dobbiamo cominciare a auto-difenderci.

Acquisendo, innanzitutto, giorno dopo giorno più consapevolezza sulle dinamiche di funzionamento dell’ecosistema che ci circonda e esigendo sempre più chiarezza dai fornitori dei servizi che scegliamo di usare a proposito di quali nostri dati trattano, come e perché.

E, poi, niente pigrizia, guai a sedersi sulla semplicità di uso di questa o quella tecnologia, guardare a cosa c’è dietro non guasta mai.

Perché non chiedere ogni tanto al fornitore di servizio cosa sta facendo con i nostri dati e, magari, di dirci e fornirci tutto quello che sa di noi?

Se non li usiamo, i diritti che pure esistono, non possono aiutarci.