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Si può ordinare a un imputato di rivelare la password del suo smartphone? Il caso davanti alla Corte Suprema

Gli smartphone ormai rappresentano i forzieri nei quali sono conservati i segreti più intimi della nostra esistenza e se si è un criminale o semplicemente si è sbagliato una volta, probabilmente, gli inquirenti, una volta dentro lo smartphone ne avranno la prova.

Negli USA – ma non solo negli USA – la pratica di ordinare all’imputato di rivelare la password del proprio smartphone o, comunque, di sbloccarlo è molto diffusa.

Tanto tuonò che piovve.

Dopo anni nei quali negli Stati Uniti d’America se ne discute, ora sarà la Corte Suprema a decidere se ordinare a un imputato di sbloccare il proprio smartphone è compatibile o meno con il 5 emendamento della Costituzione americana che vieta di forzare una persona all’auto-incriminazione.

Le associazioni per la difesa dei diritti civili non hanno dubbi: se sei un imputato e sai che attraverso il tuo smartphone gli inquirenti potrebbero acquisire la prova della tua colpevolezza, l’ordine di sblocco dello smartphone equivale a forzarti a auto-incriminarti.

I giudici, sin qui, non l’hanno pensata allo stesso modo e, proprio nella vicenda all’origine del procedimento ora approdato alla Corte Suprema hanno sostenuto che la password di uno smartphone, di per sé, non ha alcun valore probatorio e, quindi, ordinare a qualcuno di rivelarla o, comunque, di usarla per sbloccare l’accesso allo smartphone non comporterebbe alcuna violazione del quinto emendamento.

Tecnicismi da interpretazione della costituzione americana a parte, la questione sul tavolo dei nove Giudici della Corte Suprema è straordinariamente complessa perché, in sostanza, sono chiamati a decidere se la privacy del singolo – evidentemente anche laddove imputato – possa prevalere sull’interesse collettivo a assicurare alla giustizia un possibile criminale.

Una questione che riporta le lancette dell’orologio indietro di un secolo, al primo grande processo basato sulle intercettazioni telefoniche contro il re del contrabbando della west coast americana, tal Roy Olmstead.

In quel caso prevalse la tesi di chi sosteneva che assicurare alla giustizia un criminale è più importante della sua privacy.

Ma la vicenda passò alla storia più che per la decisione finale per le opinioni dissenzienti, quella del giudice Louis Brandeis, uno dei padri del diritto alla privacy globale, e per quella del suo collega Holmes che riassumeva così il senso del procedimento: «Dobbiamo scegliere, e da parte mia ho già scelto, se per la società è più pericoloso che qualche criminale si sottragga alla giustizia o che il governo giochi un ruolo ignobile pur di assicurarlo alla giustizia».

Ora, cento anni più tardi e dopo che la decisione del caso Olmstead è già stata ribaltata diverse volte dalla Corte Suprema a proposito delle intercettazioni, cosa decideranno i nove Giudici a proposito dell’accesso agli scrigni digitali della nostra esistenza?

Se la storia del processo a Roy Olmstead vi ha incuriosito, la racconto, in versione integrale e non in giuridichese qui, in uno dei miei ultimi libri: “Processi al futuro”.